Globalizzazione e mercati finanziari

Globalizzazione

La globalizzazione più che un tema politico è un paradigma che porta a riconsiderare molti temi della politica. In altre parole, occuparsi di politica oggi senza aver compreso portata e conseguenze della globalizzazione, sarebbe come occuparsi di politica negli anni 50' o 60' senza avere idea di cosa rappresentassero all'epoca il capitalismo, il comunismo e la guerra fredda. Il fenomeno della globalizzazione va quindi interpretato come una tendenza in atto, come un dato di fatto, che la politica non può permettersi di demonizzare o di santificare dovendo confrontarsi con le sue conseguenze, positive e negative, per i prossimi decenni.

In linea con l'interpretazione materialista della storia la globalizzazione ha interessato in primo luogo l'economia ed è stata innescata da due fattori principali:

  1. lo sviluppo tecnologico in particolare nel settore delle telecomunicazioni e dei trasporti, che ha creato le infrastrutture;
  2. i mutamenti del quadro politico e legislativo degli Stati coinvolti nonchè i trattati internazionali, che hanno creato le condizioni giuridiche.

La globalizzazione economica si è poi concretizzata con i cambiamenti intervenuti nell'economia reale e finanziaria - crescita del commercio internazionale, apertura globale dei mercati dei beni e dei servizi, moltiplicazione e apertura globale dei mercati di capitali - e soprattutto con l'espansione dell'economia di mercato ad una pletora di paesi e territori la cui economia era poco sviluppata o sottosviluppata che ha favorito la nascita di nuove superpotenze, non solo sul piano economico ma anche nella più classica accezione militare.

L'ingresso di nuovi mercati, produttori e investitori, di nuovi protagonisti sulla scena economica mondiale è un aspetto della globalizzazione spesso sottovalutato, o addirittura neanche preso in considerazione, mentre invece è di importanza fondamentale poiché ha determinato una sostanziale ridefinizione del quadro economico mondiale, che contrasta con l'idea che lo sviluppo economico mondiale possa ancora essere eterodiretto da potenze e dinamiche economiche del secolo scorso.

Volenti o nolenti siamo stati catapultati nell'era della globalizzazione, dove i paesi che si contendono la scena economica mondiale sono numerosi e di peso, mentre le precedenti generazioni hanno vissuto l'era dell'imperialismo degli USA e dell'URSS, dove due sole superpotenze si contendevano la scena mondiale e prendevano sotto la loro ala le altre nazioni. Andando ancora più indietro nel tempo, i nostri avi hanno vissuto l'era del colonialismo dove il vecchio continente dominava da solo la scena economica mondiale e dove gli Stati europei erano quasi sempre in guerra per accaparrarsi le risorse scarse del pianeta.

Occorre subito evidenziare come nessuno degli assetti economici mondiali che hanno preceduto la globalizzazione sia mai stato, per dirla con un eufemismo, compassionevole nei confronti dei paesi poveri, mentre la globalizzazione per quanto criticata rappresenta il superamento di quegli assetti economici. Naturalmente, se si parte dal presupposto che la globalizzazione potesse automaticamente condurre al superamento delle disuguaglianze tra nord e sud del mondo, tra paesi ricchi e paesi poveri, al superamento del neoimperialismo, il giudizio sulla globalizzazione non può che essere negativo.

Chi gestisce la globalizzazione?

La globalizzazione è la conseguenza dello sviluppo economico di una moltitudine di paesi, nella maggior parte dei casi autonomi ed indipendenti, che nel corso del tempo hanno attuato politiche economiche di crescita nel tentativo di migliorare il benessere delle rispettive popolazioni.

Per inciso, se poi questo benessere sia effettivamente migliorato o ad un certo punto abbia iniziato a peggiorare proprio a causa della globalizzazione è una critica del tutto legittima, che tuttavia, anche qualora fosse vera, non consentirebbe di tornare indietro o di spegnere l'interruttore della globalizzazione, semplicemente perchè questo interruttore non esiste.

Ma se il cambiamento non può essere fermato, esiste tuttavia la possibilità di indirizzarlo, cioè di minimizzarne gli aspetti negativi e di massimizzarne i benefici, ed è esattamente per questo scopo che i paesi coinvolti nella globalizzazione hanno dato vita ad organizzazioni economiche internazionali (Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, OMC, OCSE, G8-G20) che, essendo frutto di trattati tra Stati sovrani, hanno necessariamente un carattere tecnocratico. Anche in questo caso, si può valutare se l'operato di queste istituzioni sia efficace, inutile o addirittura controproducente, ma non ha senso contestare a priori l'esistenza di queste istituzioni, che allo stato attuale restano l'unico strumento per tentare di indirizzare i cambiamenti in una direzione più rispondente alle esigenze dei cittadini o dei paesi poveri.

In sostanza, le critiche dei movimenti no global (in gran parte derivati dall'attivismo contro le multinazionali che poggia su basi concettualmente più solide) che evidenziano gli effetti negativi della globalizzazione non sono del tutto infondate, ma partono dal presupposto sbagliato, cioè che il processo di globalizzazione sia arrestabile e che una volta fermato la giustizia trionfi, così come appare una forzatura l'idea che la globalizzazione sia il frutto di un complotto tra istituzioni economiche tecnocratiche mondiali e grandi multinazionali e, conseguentemente, che il potere degli Stati democratici sia ormai in mano alle multinazionali.

Appaiono, invece, più consistenti le critiche che prendono di mira le modalità con le quali si sta realizzando il processo di globalizzazione, che sarebbe sostanzialmente una forma di integrazione economica globale frutto di politiche neoliberiste (cioè di quelle politiche economiche che concedono troppa libertà alle multinazionali e agli investitori, i quali la sfruttano in maniera spregiudicata e senza scrupoli per fare profitti a discapito delle popolazioni). Secondo questa tesi, la globalizzazione consisterrebbe essenzialmente di liberalizzazioni che fanno prevalere la legge del più forte.

In ultima analisi, si mettono in discussione le modalità e la tempistica con la quale sono stati creati i mercati globali e si auspica il ripristino di alcune misure protezionistiche, per salvaguardare gli Stati e i soggetti più deboli e per garantire la sostenibilità dello sfruttamento delle risorse naturali.

In effetti il processo di globalizzazione, proprio perchè si tratta di una forma di integrazione economica blanda che coinvolge solamente i mercati, ha dei limiti intrinseci per cui si potrebbe obiettare che il superamento di questi limiti (che sono la causa della maggior parte degli effetti negativi della globalizzazione) invece che con il protezionismo, cioè un rallentamento del processo d'integrazione, potrebbe realizzarsi con una accelerazione dell'integrazione economica.

In sintesi, la globalizzazione è come un treno in corsa che può essere rallentato o accelerato, ma dal quale non si può scendere.

Spetta allora alla politica, e nello specifico alla concertazione tra politiche nazionali, europee ed internazionali, capire come e dove intervenire prima che i cittadini, e i paesi poveri in particolare, siano danneggiati dalle conseguenze negative della globalizzazione che spesso si fondono e si confondono con le conseguenze dello sviluppo tecnologico.

Gli effetti della globalizzazione

Uno degli aspetti più controversi della globalizzazione riguarda, ad esempio, l'apertura dei mercati finanziari. Oggi i fondi d'investimento e gli istituti finanziari hanno a disposizione un ventaglio amplissimo di possibilità d'investimento: possono scegliere con un clic tra una miriade di titoli (azioni, obbligazioni, titoli di Stato, derivati) in mercati finanziari di diversi paesi.

Gli operatori finanziari, inoltre, gestiscono una massa di capitale tale da consentire investimenti di valore addirittura superiore alla capitalizzazione di una borsa o al bilancio di uno Stato. Avendo a disposizione questa enorme potenza di fuoco gli investitori internazionali potrebbero accordarsi per far variare a propria discrezione la quotazione di determinati titoli a fini speculativi.

La dimensione e la mobilità del capitale finanziario mondiale unita all'assenza di regole, o alla possibilità di aggirarle, rende possibile la creazione delle cosiddette bolle speculative, cioé valutazioni di titoli artificiose destinate a scoppiare come una bolla di sapone.

Le bolle speculative generano enormi guadagni ai grandi investitori, ma quando scoppiano sono generalmente gli investitori normali e i piccoli risparmiatori a rimanere con il cerino in mano e perdere tutto.

Inoltre, quando a scoppiare è una bolla speculativa di dimensioni globali che coinvolge numerosi Stati, come ad esempio la crisi finanziaria internazionale del 2007, viene colpita l'intera economia (cioé la bolla diventa estremamente dannosa per l'economia reale oltre che per l'economia finanziaria) poiché:

  • prima, si generano enormi perdite degli istituti di credito e degli stessi istituti finanziari che hanno alimentato la bolla speculativa;
  • poi, si determina un'improvvisa crisi di liquidità a causa della crescente crisi di fiducia tra gli stessi istituiti finanziari;
  • infine, il contagio si espande all'economia reale causando fallimenti, licenziamenti e crescita della disoccupazione.

La globalizzazione dei mercati finanziari è infatti un processo particolarmente critico, che ha determinato:

  • la mobilità istantanea di enormi volumi di capitale;
  • la difficoltà ad applicare controlli e restrizioni da parte degli Stati nazionali;
  • la propagazione globale di eventuali bolle speculative;
  • la contagiosità a livello globale delle crisi economiche.

Una regolamentazione dei mercati e degli strumenti finanziari più stringente ed efficace appare quindi di fondamentale importanza per minimizzare i rischi dovuti alla formazione e alla esplosione di bolle speculative, ma si scontra con il potere conquistato dalla finanza internazionale, sempre più ossessionata dalla necessità di investire profittevolmente enormi masse di capitale e per questo incline ad esercitare pressioni in senso contrario sulle istituzioni finanziarie internazionali e sulle scelte di politica economica dei governi.

Le altre sfide che la globalizzazione pone alla politica sul piano strettamente economico riguardano i temi della crescita economica, del fisco, del mercato del lavoro e dell'unione europea.

La globalizzazione incide sulle possibilità di crescita economica dei paesi ad economia matura. La competitività dei paesi emergenti, in particolare sulle produzioni ad alta intensità di manodopera, sbaraglia la concorrenza delle imprese provenienti dalle economie mature che hanno costi di produzione e di sistema di gran lunga maggiori. Le economie mature per restare competitive devono quindi investire in ricerca e sviluppo e produrre beni e servizi ad alta intensità di capitale e/o caratterizzati da tipicità, territorialità e cultura e devono riuscire a creare condizioni favorevoli per gli investitori che altrimenti preferiranno impiegare i capitali in paesi con alti tassi di crescita.

La globalizzazione può creare seri problemi al sistema fiscale dei paesi con un elevato livello di tassazione, poiché:

  • le attività finanziarie, potendo contare su una elevata mobilità di capitali, preferiscono svolgere le operazioni in paesi con una bassa tassazione o addirittura nei paradisi fiscali;
  • le multinazionali riescono facilmente ad eludere le legislazioni fiscali nazionali;
  • le imprese in generale possono delocalizzare abbastanza agevolmente gli impianti produttivi o anche la sede legale.

La globalizzazione incide pesantemente sul mercato del lavoro delle economie mature attraverso diversi automatismi che si sommano con quelli generati dallo sviluppo tecnologico. La migrazione delle produzioni ad alto contenuto di manodopera nei paesi emergenti determina una crescita diretta della disoccupazione, poiché gli investimenti in produzioni ad alta intensità di capitale o assorbono pochissima manodopera, quando sono indirizzati alla creazione di nuovi impianti, oppure addirittura la riducono ulteriormente, quando sono indirizzati a ristrutturazioni aziendali.

Il mercato del lavoro sottoposto alle tensioni provocate dalla globalizzazione tende a spaccarsi in due: da un lato i settori che traggono vantaggio dai processi di globalizzazione, dall'altro i settori che ne sono danneggiati. La globalizzazione fa emergere una nuova classe di lavoratori transnazionali che entrano nel mercato del lavoro globale con tutti i pro e i contro, ma con una elevata mobilità lavorativa che invece i lavoratori locali generalmente non hanno e che lega la loro sorte a quella del datore di lavoro.

La globalizzazione erode i diritti del lavoratore, poiché tende ad uniformare il mercato del lavoro ai meccanismi concorrenziali dei beni e dei servizi (ovvero induce le imprese a non tenere minimamente in considerazione le peculiarità del mercato del lavoro) e, favorendo la coesistenza di condizioni di lavoro precarie, di disoccupazione e di sotto occupazione, non lascia molto spazio alle possibilità di rivendicare diritti sul lavoro.

La globalizzazione determina l'esigenza di accelerare il processo di integrazione europea, poiché l'Unione Europea costituisce, tra le altre cose, la migliore strategia di sviluppo degli Stati europei per difendersi dalla crescente concorrenza mondiale e dalle tensioni provocate dall'apertura globale dei mercati.

Un'Europa veramente unita sotto l'aspetto economico, avrebbe un peso specifico notevole nello scenario economico mondiale e sarebbe nelle condizioni di tener testa a vecchie e nuove potenze economiche. Se inoltre l'Europa riuscisse a trovare anche una maggiore unità sul piano politico potrebbe avere molta più voce in capitolo sui trattati e sulle istituzioni internazionali.

L'effetto stabilizzante dell'Euro, la moneta unica europea, è stato decisivo sia a livello mondiale che per i singoli Stati europei, le cui monete nazionali, in particolare quelle più fragili, sarebbero state facile preda della speculazione finanziaria internazionale.

Da un'altra prospettiva, il processo di integrazione economica europea, in quanto tale, contribuisce al processo di integrazione economica mondiale, ovvero alla globalizzazione, anche se quello europeo è un processo di integrazione molto più veloce ed omogeneo rispetto a quello globale.

La globalizzazione non riguarda solo l'economia ma un ampio arco di fenomeni sociali e culturali che interessano diversi temi politici come la cultura e l'informazione, l'immigrazione, l'ambiente, l'agricoltura e la sicurezza alimentare, l'istruzione e la formazione, la ricerca e l'innovazione tecnologica, i diritti civili. Ad esempio, la globalizzazione tende a generare:

  • una standardizzazione degli stili di vita e dei consumi omologandoli a quelli occidentali, che suscita due reazioni opposte: da un lato, come evidenziato dal concetto di glocalizzazione, la preservazione e la valorizzazione della dimensione locale in un contesto globale, dall'altro la radicalizzazione delle frange estreme di culture distanti da quella occidentale;
  • una crescita del senso di insicurezza delle persone e di intere comunità, dovuto alla consapevolezza di vivere in un mondo in cui ciò che succede lontano produce conseguenze nel resto del pianeta, in cui tutto sembra interconnesso e vicino e che cattura continuamente la nostra attenzione, un villaggio globale, come l'ha descritto con un ossimoro Marshall Mc Luhan;
  • una crescita del fenomeno migratorio alimentata dall’enorme divario tra i paesi poveri e i paesi ricchi, dal ruolo che i lavoratori immigrati tendono ad assumere nell’economia dei paesi sviluppati, dalla promozione dello stile di vita occidentale anche nei paesi poveri;
  • una crescita dell'inquinamento e delle crisi ecologiche a causa del rapido sviluppo dei paesi emergenti e dello sfruttamento intensivo delle risorse naturali del pianeta, che si riflette nei mutamenti climatici e nella sicurezza delle produzioni agricole ed alimentari;
  • una crescita del divario di opportunità tra chi attraverso la globalizzazione ha accesso a risorse formative e tecnologiche sempre più abilitanti e chi, invece, subisce il cosiddetto digital divide, che nello specifico indica il divario che si instaura tra chi ha accesso alle tecnologie digitali e chi invece non può accedervi o vi accede con connessioni limitanti;
  • una crescita dei rischi di compromissione della privacy e della sicurezza dei dati personali degli utenti, a causa della diffusione planetaria di sistemi di rilevazione delle preferenze e delle abitudini dei consumatori che potrebbero archiviare dati in paesi privi di garanzie, e a causa delle intrusioni informatiche facilitate dall'estensione planetaria della rete internet e dalla pervasività delle connessioni.

Anche gli effetti positivi della globalizzazione devono essere attentamente valutati e massimizzati, ma di questo già si occupano gli organismi internazionali che pubblicano periodicamente dati statistici che evidenziano i benefici dell'espansione del commercio internazionale e dell'apertura dei mercati, sebbene le medie statistiche non tengano conto di effetti collaterali numericamente trascurabili. In ogni caso, gli effetti positivi dell'espansione del commercio internazionale e dell'apertura dei mercati sulla crescita economica mondiale e dei singoli Stati non possono essere sottovalutati. Ad esempio, la crescita economica italiana nel secondo dopoguerra non sarebbe stata possibile senza l'espansione del commercio internazionale, avendo l'Italia seguito un modello di sviluppo basato su esportazioni e svalutazione competitiva della lira.

Aggiornamenti

La commissione parlamentare d'inchiesta sulle banche, incaricata di indagare sui fallimenti bancari degli ultimi anni e di accertare le eventuali responsabilità politiche, sta evidenziando per un verso le difficoltà e le responsabilità degli organismi italiani di regolamentazione dei mercati finanziari e per l'altro verso la faziosità delle forze politiche che, brandendo questo tema per la lotta politica, contribuiscono ad indebolire il proprio potere nei confronti delle burocrazie e delle corporazioni amministrative.