La Lega di Salvini teme di essere trascinata al centro dall'alleanza con Berlusconi

Il rebus della formazione di una maggioranza possibile dopo le prossime elezioni politiche si arricchisce di nuove indizi. Dopo la delusione di chi avrebbe voluto un centrosinistra unito a tutti i costi, anche nella nascitura coalizione di centrodestra già si intravedono le prime crepe. Matteo Salvini, leader della Lega ormai diventata la prima forza di destra del paese, ha manifestato le sue preoccupazioni riguardo l'alleanza con Silvio Berlusconi e Forza Italia dichiarando la necessità di un programma "scritto" per dare corpo alla coalizione.

E' evidente che la Lega non è più quella di una volta e un eventuale scivolamento al centro non sarebbe gradito ai suoi potenziali elettori. D'altro canto la furbizia politica di Silvio Berlusconi tende a consolidare questa ipotesi piuttosto che il contrario, ovvero uno slittamento a destra di Forza Italia, che tuttavia, nonostante le dichiarazioni e la propaganda, difficilmente potrà essere effettivo vista la cultura liberale nonché gli interessi economici delle categorie rappresentate da questa forza politica.

Il Movimento 5 Stelle, invece, continua a manifestare un atteggiamento contradditorio con la natura proporzionale del sistema parlamentare italiano e della legge elettorale recentemente approvata. Luigi Di Maio ha infatti dichiarato che se i 5 Stelle non dovessero raggiungere il 40% dei voti alle prossime elezioni politiche, comunque si prenderanno la responsabilità di assicurare un governo al paese in quanto prima forza politica del paese. Come? Con "un appello pubblico la sera delle elezioni a tutti i gruppi parlamentari per chiedere di votare la fiducia alla nostra forza politica e al nostro governo sui temi".

A parte l'ingenuità politica di una simile dichiarazione e il fatto che il 40% al proporzionale non garantisce comunque la maggioranza in Parlamento se non si vincono anche la maggior parte dei seggi assegnati con il sistema maggioritario, risalta soprattutto la contraddittorietà della logica politica sottesa a questa eventuale strategia che, invece, sarebbe valida se le elezioni per il Parlamento si fossero tenute con l'Italicum (il sistema elettorale con ballottaggio), ovvero se la riforma costituzionale del 2016 non fosse stata bocciata con il referendum confermativo.