Elezioni politiche 4 marzo 2018: chi ha vinto

Elezioni politiche

I risultati delle elezioni per il rinnovo del Parlamento del 4 marzo 2018 hanno mutato lo scenario politico che si era consolidato durante la XVII legislatura e determinato una situazione di stallo in Parlamento, come nelle elezioni politiche del 2013. Infatti, nessuno degli schieramenti in competizione ha ottenuto un numero di seggi sufficiente per formare una maggioranza parlamentare.

Il contesto economico e istituzionale molto diverso rispetto a quello in cui si tennero le elezioni politiche del 2013 - con il superamento della crisi e una crescita economica positiva, il Presidente della Repubblica nella pienezza del suo mandato e eventualmente nella facoltà di sciogliere nuovamente le camere, l'autorevolezza del governo uscente guidato da Gentiloni - ha sterilizzato la situazione di stallo che non ha preoccupato eccessivamente i mercati finanziari, le istituzioni europee e in ultima analisi i cittadini.

I partiti politici che in questa tornata elettorale sono cresciuti significativamente rispetto alle precedenti elezioni politiche del 2013 sono il Movimento 5 Stelle, la Lega Nord e Fratelli d'Italia.

Il Movimento 5 Stelle ha ottenuto una quota consistente di consensi (circa il 32,5%) e di seggi (circa 227 alla Camera e 112 al Senato) ed è diventato il primo partito sia alla Camera dei deputati che al Senato.

La Lega Nord si è presentata alle elezioni nell'alveo di una coalizione di governo con Forza Italia, Fratelli d'Italia e la lista Noi con l'Italia. Il successo della Lega Nord è quindi legato:

  1. al successo della coalizione di centrodestra che si è avvicinata alla maggioranza assoluta più del Movimento 5 Stelle, conquistando circa 265 seggi alla Camera e 137 al Senato;
  2. alla conquista della leadership all'interno della coalizione, avendo raccolto una quota di consensi maggiore rispetto a Forza Italia (circa il 17,37% alla Camera a fronte del 14,01% di FI).

Per inciso la nuova legge elettorale, soprannominata Rosatellum, spingeva i partiti politici alla formazione di coalizioni elettorali in grado di favorire la vittoria dei candidati nei collegi uninominali assegnati con il maggioritario, ma non consigliava la formazione di coalizioni di governo vista la prevalenza della quota proporzionale.

La scelta strategica attuata da Silvio Berlusconi di presentare agli elettori una coalizione di governo replicando lo schema delle elezioni regionali siciliane, piuttosto che meno impegnative coalizioni elettorali, ha favorito la vittoria del centrodestra e trainato i singoli partiti componenti la coalizione stemperando le innegabili disomogeneità interne allo schieramento. Probabilmente, se i partiti di centrodestra si fossero presentati con semplici coalizioni elettorali non avrebbero avuto gli stessi risultati e la crescita della Lega Nord non avrebbe avuto lo stesso impatto. Tuttavia, la necessità di cristallizzare la coalizione al fine di poter lanciare l'opa sul Governo ha determinato il congelamento delle alleanze del centrodestra e una maggiore difficoltà ad allargare il perimetro della coalizione dopo il voto.

D'altro canto anche la strategia politica del Movimento 5 Stelle di abituale chiusura a qualsiasi collaborazione con altri partiti, tardivamente e ipocritamente cambiata solo dopo il voto, ha determinato una sua oggettiva difficoltà a costruire alleanze per la formazione di una maggioranza parlamentare.

Pur con i limiti evidenziati, il Movimento 5 Stelle guidato da Luigi Di Maio e la Lega Nord guidata da Matteo Salvini sono stati i vincitori delle elezioni politiche del 4 Marzo 2018 per il rinnovo del Parlamento.

Chi ha perso

Escono fortemente ridimensionati da questa elezione: tutti i partiti minori, la sinistra radicale confluita nella lista Liberi e Uguali e il Partito Democratico.

I partiti minori, nonostante abbiano cercato di aggregarsi in liste nel tentativo di superare la soglia di sbarramento del proporzionale fissata al 3%, non sono riusciti a raccogliere consensi sufficienti a questo scopo. Sebbene alcuni di loro siano riusciti a far eleggere propri rappresentanti attraverso le alleanze nei collegi uninominali, la forza elettorale dei partiti minori in Parlamento è stata praticamente annullata. Occorrerà poi vedere se risorgeranno attraverso la costituzione di gruppi parlamentari.

In ogni caso, escludendo le circoscrizioni estero e i partiti espressione di autonomie territoriali, sono solo sei i partiti di rilevanza nazionale che hanno fatto il loro ingresso in Parlamento passando dalla porta principale del sistema elettorale proporzionale. Una grossa novità per il Parlamento italiano. Anche se, paradossalmente, ciò è accaduto proprio nel momento in cui i partiti maggiori avrebbero avuto bisogno del cosiddetto sottobosco parlamentare al fine di costituire una maggioranza.

La sinistra radicale ha subito una sconfitta molto pesante sul piano politico, oltre che nei numeri. Nella XVII legislatura l'insieme della sinistra radicale, era composto da:

  • Sinistra Italiana (inizialmente 13 deputati e 7 senatori), nata come gruppo parlamentare che aveva assorbito i primi scissionisti del PD guidati da Stefano Fassina, alcuni transfughi del Movimento 5 Stelle e Sinistra Ecologia e Libertà (che nel 2013 era entrata in parlamento con 37 deputati e 7 senatori);
  • Possibile (4 deputati), nata dalla scissione di Pippo Civati dal Partito Democratico;
  • Articolo 1 - Mdp (42 deputati e 16 senatori), nata dalla scissione di Bersani e altri dal Partito Democratico;

Queste formazioni politiche a sinistra del Partito Democratico, per le elezioni politiche del 4 Marzo 2018, sono confluite nella lista Liberi e Uguali (guidata da Pietro Grasso) che è riuscita a far eleggere solamente 14 deputati e 4 senatori.

Probabilmente il peso politico della sinistra radicale durante la XVII legislatura era sovrastimato, ma il tonfo elettorale di Liberi e Uguali è stato politicamente molto significativo (anche se i mass media non lo hanno evidenziato) e ha confermato la pretestuosità, o quantomeno la forzatura, delle ragioni degli scissionisti del Partito Democratico sintetizzate da Bersani con la metafora della mucca nel corridoio.

In sostanza, il progetto politico della sinistra radicale di recuperare consensi a sinistra si è dimostrato fallimentare, sia perché tardivo (i buoi sono usciti dal recinto molto prima della scalata di Matteo Renzi alla segreteria del PD), sia perché la popolazione occidentale è ormai troppo distante dalla cultura politica della sinistra ideologica (come sembrano confermare gli esiti elettorali delle esperienze di sinistra in Europa e nel mondo) e anche dalla cultura politica in generale.

Anche il Partito Democratico ha subito una pesante sconfitta per quanto riguarda i numeri, ma probabilmente non così certa per quanto riguarda la linea politica di fondo inaugurata durante la segreteria di Matteo Renzi. Il Partito Democratico ha perso molti consensi: dal 25,43% ottenuto alla Camera dei deputati nelle elezioni politiche del 2013 è passato al 18,72% delle elezioni politiche del 4 marzo 2018. Dal 27,44% al Senato nel 2013 al 19,12% del 2018. Una sconfitta ancora più clamorosa guardando al 40,82% ottenuto alle elezioni europee del 2014.

La stessa sorte è toccata al centrosinistra nel suo complesso, ormai rappresentato quasi esclusivamente dal PD, che è riuscito a conquistare solamente 122 seggi alla Camera e 60 al Senato. Includendo la lista Liberi e Uguali nel centrosinistra, la crisi della sinistra nel suo complesso è ormai conclamata anche in Italia e probabilmente senza vie d'uscita.

Tuttavia il Partito Democratico aveva già cambiato, almeno in parte, la sua linea politica allontanandosi dalla sinistra tradizionale sotto la guida di Matteo Renzi, per cui la debacle del Partito Democratico non può essere spiegata solamente accomunando il PD alle sorti della sinistra in Europa e nel mondo.

Altri fattori possono aver inciso sulla sconfitta del Partito Democratico, come:

  1. l'essere stato non "un" ma "il" partito di governo che ha rappresentato agli occhi dell'opinione pubblica il cosiddetto establishment da oltre 6 anni (in pratica da quando diede il sostegno al governo Monti);
  2. l'aver subito troppi conflitti interni e scissioni alla sua sinistra, che però sono tutte finite nel vuoto come se alla sinistra del PD vi fosse un buco nero.

Più in generale, la tendenza in atto nel centrosinistra di perdere voti attraverso scissioni a sinistra che poi non riescono a costruire nessuna alternativa va avanti ormai da qualche decennio. La sensazione è che i politici che si rifanno alla sinistra tradizionale, piuttosto che ammettere il fallimento e la distanza delle masse dalla cultura politica di sinistra o più in generale da qualsiasi cultura politica e imboccare una strada diversa, abbiano preferito un lento e snervante suicidio in nome dell'ideologia.

Nonostante questa trave negli occhi, parte della sinistra continua a guardare la pagliuzza e imputa la sconfitta del Partito Democratico alla perdita di legami con il popolo di sinistra, senza considerare l'ipotesi che il popolo di sinistra, in senso ideologico, possa non esistere più o quantomeno che sia stato molto ridimensionato dalla globalizzazione e dallo sviluppo tecnologico.

Questa è una delle ragioni per cui la sconfitta del Partito Democratico viene plasticamente rappresentata dai mass media come la conseguenza: di una cattiva gestione del partito da parte del suo segretario Matteo Renzi, della sua irruenza e del suo stile comunicativo, di suoi errori tattici e finanche strategici, o addirittura della sua antipatia come evidenziato da qualche commentatore.

Quanto lo stile e la gestione di Matteo Renzi possa aver contribuito alla sconfitta del Partito Democratico è una questione che dovrebbe interessare più i gossip della politica poiché le ragioni della perdita di consensi del PD vanno probabilmente ricercate nello scotto pagato per i cinque anni di governo, in un periodo storico in cui chi governa rappresenta a torto o a ragione il cosiddetto establishment, e per il disperato tentativo di una parte del PD di rincorrere una base elettorale che non esiste più.

Per i motivi accennati, la sconfitta subita dal Partito Democratico non sembra aver intaccato la sua linea politica di fondo caratterizzata dal riformismo, dall'europeismo e dal moderatismo.

Cosa è cambiato e prospettive politiche future

Le elezioni poliche del 4 Marzo 2018 hanno confermato e accentuato la tendenza, già evidenziata dalla situazione politica italiana che si era determinata dopo le elezioni del 2013, a una polarizzazione dell'elettorato tra riformisti (o moderati) e forze politiche anti-establishment (o estreme) che propongono cambiamenti più radicali e dirompenti, sia perché giudicano le politiche attuali insufficienti o inadeguate, sia perché auspicano la sovversione di un ordine che sembra costituito apposta per favorire le classi agiate.

Questa tendenza è confermata anche dall'arretramento di Forza Italia rispetto alla Lega Nord: il cambio di leadership nella coalizione di centrodestra evidenzia come gli elettori abbiano premiato le posizioni più radicali della Lega rispetto a qualle più moderate di Forza Italia.

Infatti, anche se Berlusconi ha potuto intestarsi la vittoria della coalizione, il ruolo di Forza Italia nello schieramento di centrodestra è stato parecchio ridimensionato da queste elezioni. Si prospetta quindi una inversione di tendenza rispetto al passato: le posizioni del centrodestra nel suo complesso potrebbero subire una metamorfosi e diventare più estreme, facendo perdere a Forza Italia la sua connotazione di partito moderato.

Un centrodestra a trazione leghista potrebbe non essere ben accetto agli elettori moderati di Forza Italia che si troverebbero di fronte a un dilemma: continuare a sostenere Forza Italia rischiando di vedere tradite le loro aspettative o sostenere una forza politica moderata fuori dal perimetro della coalizione di centrodestra.

Probabilmente, tutto dipenderà dalle scelte di Forza Italia che si troverà a gestire due tendenze politiche contrapposte: da un lato l'appiattimento sulle posizioni più radicali della Lega e di Fratelli d'Italia, dall'altro la tentazione di abbandonare la coalizione per riprendersi la guida dei moderati italiani.

Infatti, gli elettori moderati italiani potrebbero essere sempre più tentati di sostenere il Partito Democratico.

Se per un verso le elezioni politiche del 4 marzo 2018 hanno decretato la sconfitta del PD, per l'altro verso hanno elevato il Partito Democratico a unico vero baluardo contro l'anti-europeismo e a potenziale partito di riferimento per gli elettori moderati.

Naturalmente, il ruolo del Partito Democratico nel nuovo scenario politico italiano determinato da queste elezioni dipenderà anche dalle sue scelte politiche e dai risultati del prossimo congresso.

Il Partito Democratico potrebbe virare a sinistra e/o appiattirsi sulle posizioni più radicali del Movimento 5 Stelle, immolandosi in nome della governabilità, ma in tal caso:

  • lascerebbe gli elettori moderati del Partito Democratico, o in prospettiva tutti gli elettori moderati, senza un partito politico di riferimento;
  • sconfesserebbe la linea politica tenuta fino ad oggi, nonché l'azione dei governi che ha sostenuto durante la XVII legislatura caratterizzati dall'europeismo e da un riformismo attento alla fattibilità delle riforme;
  • in caso di fallimento del Movimento 5 Stelle, conseguente al mancato conseguimento delle promesse fatte in campagna elettorale, spalancherebbe definitivamente le porte all'antieuropeismo e al populismo.

D'altro canto, non si può far ricadere la responsabilità della mancata formazione di una maggioranza su un partito che ha perso le elezioni. Occorre considerare che le forze politiche che hanno vinto hanno dimostrato di essere quantomeno poco lungimiranti:

  • l'una (il Movimento 5 Stelle) facendo terra bruciata attorno a se;
  • l'altra (la Lega e la coalizione di centrodestra) compattandosi a tutti i costi in una coalizione disomogenea al fine di lanciare un'opa sul governo nonostante il sistema elettorale sostanzialmente proporzionale;
  • entrambe, facendo promesse difficilmente realizzabili agli elettori.

In sintesi, mentre l'agire del Partito Democratico e dei governi da questo sostenuti si sono caratterizzati per un riformismo "necessariamente" moderato, le forze politiche più radicali hanno criticato aspramente il loro operato, poiché ritenuto insufficiente o addirittura controproducente, e hanno promesso al popolo italiano molto di più di quanto sia riuscita a fare la maggioranza guidata dal PD durante la XVII legislatura.

Essendo oggettivamente difficile addebitare alla maggioranza e ai governi della XVII legislatura una cattiva gestione della cosa pubblica, l'opinione pubblica ha evidentemente ritenuto che abbiano fatto poco, che si poteva fare di più e meglio e per questo alle elezioni politiche del 4 marzo 2018 ha scelto chi ha promesso di fare di più.

E' inoltre profondamente mutato l'approccio dei cittadini alla politica: gli elettori vogliono che la politica risolva i loro problemi quotidiani, vogliono tutto e subito poiché esasperati e stanchi di aspettare, vogliono soluzioni non importa se conseguenti a politiche di destra o di sinistra.

Allora, la domanda che le persone di buon senso dovrebbero porsi è se nel futuro prossimo la politica riuscirà a fare di più, se il Movimento 5 Stelle o la Lega Nord riusciranno a mantenere le loro promesse e qualora non ci riuscissero, se esiste un paracadute per il loro fallimento.

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