La crisi della maggioranza parlamentare M5S - Lega

Come previsto la crisi di governo si è concretizzata in Agosto, poco prima che si aprisse la discussione sulla legge di bilancio 2020. Il mese di agosto è un periodo piuttosto insolito per aprire una crisi di governo, un periodo in cui si discute molto poco di politica e le redazioni dei mass media sonnecchiano per riprendere fiato e prepararsi all'intensa discussione sulle misure incluse o da includere nella legge di bilancio.

Per inciso, il percorso per la redazione della legge di bilancio inizia il 27 settembre con la trasmissione al Parlamento della Nota di aggiornamento al Def (Nadef) che adegua le previsioni economiche e finanziarie ai dati più recenti. Entro il 20 ottobre il Governo deve presentare il disegno di legge di bilancio. La legge di bilancio deve essere approvata dal Parlamento entro il 31 dicembre, pena l’esercizio provvisorio. Infine, entro la fine di gennaio il governo deve presentare gli eventuali disegni di legge collegati alla manovra. I suddetti documenti devono essere trasmessi in anticipo alla Commissione Europea che deve esprimere il suo parere rispetto agli impegni di stabilità finanziaria assunti dall'Italia nei confronti degli altri paesi aderenti all'UE.

Formalmente, la crisi della maggioranza è avvenuta in Senato con il voto contrario del Movimento 5 Stelle sulla TAV, più precisamente sulla prosecuzione della tratta Torino-Lione, nonostante il governo Conte avesse già comunicato formalmente la decisione di proseguire il progetto.

Il Movimento 5 Stelle conosceva bene la posizione della Lega favorevole alla prosecuzione della tratta Torino-Lione della Tav. Il M5S era quindi pienamente cosciente di non aver nessuna speranza di bloccare nuovamente il progetto attraverso un voto parlamentare. La calendarizzazione del voto sulla TAV in Senato da parte del Movimento 5 Stelle era un espediente (legittimo) per calmare la sua base elettorale, da sempre vicina ai noTav, arrabbiata per l'ennesimo dietrofront del movimento su una questione fondamentale, addirittura una delle motivazioni principali della nascita del movimento stesso. Infatti, la calendarizzazione in agosto del voto sulla TAV è coerente con una strategia comunicativa dei vertici del M5S mirata a spegnere i riflettori su questa ennesima contraddizione, evidentemente nella certezza che l'alleato di governo, la Lega, avrebbe acconsentito a questa operazione senza creare troppi problemi.

Le reazioni scomposte e sorprese dei vertici del Movimento 5 Stelle alle dichiarazioni di Matteo Salvini e all'azione della Lega confermano questa ipotesi. Nel M5S non si aspettavano una reazione così dura da parte dell'alleato che dopo aver chiesto le dimissioni del Presidente del Consiglio Conte, e non averle ottenute, ha immediatamente proposto la calendarizzazione in Parlamento di una mozione di sfiducia nei confronti dello stesso, decretando così la fine imminente del governo Conte.

Sebbene la crisi politica di questa maggioranza sia ormai conclamata e irreversibile la crisi formale del governo Conte non è ancora compiuta: mancano alcuni passaggi fondamentali che potrebbero incidere sulla prosecuzione della legislatura e sulle modalità di prosecuzione della stessa. Infatti, avendo l'Italia adottato una forma di governo parlamentare, la crisi di un governo non determina necessariamente la fine della legislatura, cioè il rinnovo del Parlamento con le elezioni politiche.

Spetta al Presidente della Repubblica fare le opportune valutazioni, dopo aver sentito le rappresentanze parlamentari, per decidere se sciogliere il Parlamento oppure affidare ad altri l'incarico di formare un nuovo governo.

Per inciso, nel sistema parlamentare italiano i governi non sono mai eletti ma sono sempre nominati dal Presidente della Repubblica. Un cambio di governo non comporta alcun indebolimento della rappresentanza democratica che a livello nazionale si sostanzia esclusivamente nell'elezione dei parlamentari. La pretesa populista di volere un governo eletto dal popolo, troppo spesso corroborata anche dalla superficialità del sistema mediatico, non trova riscontro nella nostra Costituzione che è stata concepita con una serie di pesi e contrappesi che garantiscono l'equilibrio tra poteri. In altre parole, forzare mediaticamente e politicamente i rapporti tra Governo e Parlamento in nome di una presunta rappresentanza democratica del potere esecutivo (il governo) in assenza di un cambiamento della Costituzione, cioè in assenza di garanzie costituzionali, è evidentemente un'operazione pericolosa per la democrazia stessa.

Alla luce di queste considerazioni si capisce quanto la politica italiana sia ormai intrisa di populismo, anche tra gli oppositori dello stesso, quando si è indotti a pensare che un cambio di governo coincida con un tradimento degli elettori o una manovra di palazzo. La sovranità del popolo si sostanzia nel Parlamento che incarna il potere legislativo (che fa le leggi), non nel Governo che incarna il potere esecutivo (che fa eseguire le leggi).

Queste precisazioni tecniche, necessarie per comprendere che esiste un legame tra la complessa architettura di un ordinamento democratico e l'effettivo esercizio della democrazia da parte dei cittadini, fanno da premessa al dibattito politico che si è sviluppato subito dopo la crisi politica della maggioranza #M5S - #Lega, senza nemmeno attendere la crisi formale del Governo e le dichiarazioni del Presidente della Repubblica.

In estrema sintesi, il dibattito politico che si è sviluppato riguarda i pro e i contro della fine immediata della legislatura e quindi di elezioni in autunno per il rinnovo del Parlamento o, al contrario, della prosecuzione della legislatura con un nuovo Governo sostenuto da una diversa maggioranza, necessariamente composta dal Movimento 5 Stelle, dal Partito Democratico e da altre forze politiche.

In preda all'isteria populista, la possibilità che si possa formare un governo tecnico o comunque "non politico" non è stata nemmeno considerata nelle prime discussioni sui social e sui mass media. Occorre annotare come le forzature mediatiche di stampo populista mirate a demonizzare i governi tecnici abbiano avuto successo creando un tabù, probabilmente anche a causa di alcuni errori di comunicazione politica durante e dopo il governo Monti.

Un eventuale governo tecnico o istituzionale o comunque non politico viene ormai visto da tutti, anche dagli oppositori del populismo, come un assist per la campagna elettorale di Salvini e della Lega. Si avalla cioè, implicitamente e in modo del tutto acritico, un concetto fortemente populista: il potere esecutivo direttamente eletto dal popolo con il Parlamento sullo sfondo a ratificare le decisioni del governo, in carenza di una modifica della costituzione formale che ponga garanzie sul bilanciamento dei poteri.

Il paradosso è che la strategia politica del leader della Lega potrebbe essere impostata proprio sull'ipotesi più realistica, ovvero non su nuove elezioni politiche in autunno (comunque chieste per essere sfruttate opportunisticamente qualora concesse) ma sulla prosecuzione della legislatura e la formazione di un governo tecnico, con il fine di approfittare in modo demagogico e populista dell'ormai radicata antipatia nazional-popolare nei confronti dei governi "non eletti dal popolo" nel periodo successivo. Infatti, una crisi di governo in Agosto è molto difficile possa risolversi con la fine prematura della legislatura ed elezioni politiche in autunno, quantomeno non nella situazione economica, politica e istituzionale in cui si trova l'Italia oggi, a causa delle scadenze connesse all'iter di approvazione della legge di bilancio, le interazioni con l'Unione Europea e i mercati finanziari, l'ormai abituale situazione di stallo che è possibile si determini in Parlamento subito dopo le elezioni politiche.

In effetti, autorevoli commentatori hanno evidenziato come il contrasto nella maggioranza tra Lega e Movimento 5 Stelle sulla questione TAV sia solo uno dei tanti pretesti a cui la Lega poteva appigliarsi per far cadere il governo, e forse nemmeno il più consistente visto che sulla TAV è passata la linea della Lega. In altre parole, se la Lega avesse voluto effettivamente incassare a livello nazionale il successo elettorale delle elezioni europee avrebbe potuto determinare la crisi di governo in altre occasioni prima del mese di Agosto, in un periodo più favorevole e con maggiori probabilità di determinare anche la fine della legislatura e il rinnovo del Parlamento.

Il dibattito politico si è quindi arricchito delle possibili motivazioni che hanno spinto Salvini a far cadere il governo proprio nel mese di Agosto. Tra le motivazioni addotte dai commentatori ci sono ovviamente le difficoltà che la Lega avrebbe incontrato durante l'elaborazione e l'approvazione della prossima legge di bilancio.

In sintesi, l'atteggiamento della Lega nei confronti dell'Unione Europea e le promesse elettorali di Salvini sarebbero state difficilmente conciliabili con la prossima manovra economica che il ministro Tria, il presidente del consiglio Conte e il Movimento 5 Stelle erano ormai disposti a elaborare in collaborazione con le istituzione europee, anche a causa dei fallimenti della manovra economica dell'anno scorso e della necessità di sterilizzare le clausole sull'aumento dell'IVA (poiché un aumento dell'IVA avrebbe effetti recessivi su un'economia già in stagnazione).

Insomma, a giudicare dalla tempistica di questa crisi di Governo non è improbabile che sia stata la difficile situazione economico-finanziaria del paese in connessione con i vincoli della prossima legge di bilancio a indurre Matteo Salvini, leader della Lega, a staccare la spina al Governo. In altri termini, la prosecuzione dell'attività di governo avrebbe costretto la Lega a rinunciare ad alcune promesse elettorali, a tradire la sua narrazione di lotta senza quartiere all'Unione Europea, a cedere terreno nei confronti del Movimento 5 Stelle al fine di riuscire a varare la prossima legge di bilancio che, per dirla con un eufemismo, non farà guadagnare voti al governo in carica.

Senonché, le scadenze connesse alla legge di bilancio e alla difficile situazione economico-finanziaria dell'Italia sono anche la ragione per cui è improbabile che il Presidente della Repubblica ponga fine a questa legislatura per rinnovare il Parlamento in autunno. Considerando anche i rischi di uno stallo del Parlamento subito dopo le elezioni, come accaduto sia nel 2013 che nel 2018, la posta in gioco va ben oltre le convenienze dei partiti politici, delle rispettive tifoserie e di coloro che vorrebbero vedere la Lega di Salvini confrontarsi una volta per tutte con i problemi economico-finanziari del paese.

In una democrazia, la continuità e la solidità delle istituzioni non possono essere messe in crisi dal conflitto tra forze politiche e tantomeno dalle diatribe interne a un partito. Il dibattito politico sulle prossime alleanze del Partito Democratico, che in modo o nell'altro riesce sempre a mettere in piazza in modo eclatante e autolesionista i suoi conflitti interni, ha assunto infatti toni surreali, poiché il tema delle alleanze di un partito è secondario rispetto alle esigenze di continuità e solidità delle istituzioni democratiche. Se è vero che il populismo mira a scavalcare le istituzioni, un forza politica che si dice antipopulista dovrebbe quantomeno evitare di avallare implicitamente la narrazione populista che antepone le esigenze di partito alle esigenze delle istituzioni democratiche.

Come ricordato dal Presidente della Camera Fico la fine della legislatura non è nella disponibilità dei partiti politici e tantomeno dei mass media. 

Infatti anche i mass media, quantomeno quelli che dichiarano di criticare il populismo, dovrebbero evitare di continuare a sostenere la narrazione fortemente populista del governo (il potere esecutivo) eletto dal popolo, snobbando i governi tecnici o istituzionali come se fossero un vulnus alla rappresentanza democratica. Paradossalmente, a Costituzione invariata è proprio il governo eletto dal popolo che rischia di diventare un grave vulnus per la democrazia.

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