La crisi economica italiana 2008-2014

Una immagine che evoca la crisi economica italiana

La crisi conclamata dell'economia italiana è iniziata nel corso del 2008 quando il Prodotto Interno Lordo è diminuito dell'1,2%. Il PIL è una misura statistica che rappresenta la ricchezza prodotta dal paese in un anno e le sue variazioni indicano se un paese sta crescendo o impoverendo.

A partire dal 2008 l'Italia non è stata più capace di crescere ed è iniziato un lungo periodo di impoverimento. Per essere precisi nel 2010 c'è stata una modesta crescita dell'1,7% del PIL, ma questo valore positivo va considerato come un rimbalzo statistico al crollo del 2009 (-5,5% del PIL) e non ha segnato una inversione di tendenza come invece è accaduto in altri paesi.

In sostanza, a partire dal 2008 l'Italia ha alternato periodi di stagnazione a veri e propri periodi di recessione, con l'ulteriore aggravante che fino al 2008 la nostra economia non è stata al passo con quella degli altri paesi europei che, mediamente, a partire dal 2001 sono cresciuti più dell'Italia.

L'esplosione nel 2008 della crisi economica in Italia è stata determinata da fattori esterni che hanno agito da innesco ad una crisi strutturale che stava subdolamente indebolendo l'economia italiana già a partire dai primi anni del 2000. Infatti, gli eventi che hanno caratterizzato il periodo di crisi 2008-2014 in Italia non vanno inquadrati come le vere cause della crisi, ma come fattori di squilibrio economico che hanno fatto emergere le contraddizioni del sistema economico italiano. Nel 2008 il sistema economico italiano era già gravato da problemi strutturali che da tempo ne frenavano la crescita e che hanno impedito una adeguata reazione agli shock economici provenienti sia dalle ripercussioni della crisi finanziaria internazionale del 2007 che della crisi dei debiti sovrani del 2011.

Le ripercussioni della crisi finanziaria internazionale del 2007

Con lo scoppio della crisi finanziaria internazionale del 2007 il sistema finanziario italiano non aveva subito grossi danni poichè le banche italiane erano relativamente poco internazionalizzate ed avevano in portafoglio una modesta quantità di titoli tossici.

Ma l'anno successivo, nel Settembre 2008, ci fu il fallimento della Lehman Brothers e le immagini dei dipendenti della banca d'affari americana che abbandonano i propri uffici alla spicciolata fecero il giro del mondo. Queste immagini sottolineavano il momento più acuto della crisi finanziaria, ma lasciavano anche presagire il contagio della crisi alle economie reali di quasi tutti i paesi occidentali attraverso una generale diminuzione degli investimenti, del reddito disponibile e dei consumi.

Sebbene il sistema finanziario italiano fosse sostanzialmente uscito indenne dal terremoto che aveva colpito la finanza mondiale, la conseguente crisi delle economie reali di molti paesi occidentali colpì duramente l'Italia, essendo alcune di queste economie importanti mercati di sbocco per le nostre esportazioni. Il settore manifatturiero italiano, cresciuto secondo un modello di sviluppo basato sulle esportazioni, subì un pesante contraccolpo a causa della diminuzione della domanda di beni dall'estero. Il crollo delle esportazioni determinò una crescita negativa del PIL nel 2008 (-1,2%) ed una delle peggiori performance nel 2009 (-5,5%).

Il superamento delle ripercussioni della crisi finanziaria del 2007 sull'economia reale mondiale fu anticipato da alcuni segnali già nel 2009 e si concluse nel 2010. Anche l'economia italiana sembrava aver superato la crisi, poichè il PIL nel 2010 crebbe dell'1,7%, ma in realtà per l'Italia la crescita del PIL non si consolidò e la ripresa non ebbe luogo.

Mentre gli altri paesi colpiti dalle ripercussioni della crisi finanziaria riprendevano a crescere, l'Italia continuava ad affondare gravata dai problemi strutturali della sua economia.

Infatti, l'industria manifatturiera italiana, che grazie alla ripresa della domanda estera nel corso del 2010 aveva recuperato anche se a fatica le quote di mercato erose dalla crisi e dalla concorrenza internazionale, negli anni a seguire fu falcidiata da una nuova crisi della domanda, questa volta dovuta alla diminuzione dei consumi delle famiglie italiane. Ad aggravare la situazione delle imprese italiane vi fu, inoltre, la stretta creditizia determinata dalle ripercussioni della crisi dei debiti sovrani del 2011.

Le ripercussioni della crisi dei debiti sovrani del 2011

Nel 2011 esplode in Europa e in altri paesi la crisi dei debiti sovrani. Anche questa crisi, come quella del 2007 è stata una crisi di tipo finanziario, connessa alla notevole mobilità dei capitali e alla speculazione, ma a differenza della precedente ha riguardato principalmente il settore pubblico e nello specifico il finanziamento del debito degli stati sovrani.

La crisi di un debito sovrano consiste in un rialzo eccessivo dei tassi di interesse sui titoli di stato che vengono periodicamente messi all'asta per finanziare il rinnovo e la crescita del debito pubblico. Lo Stato per riuscire a vendere i propri titoli di debito può essere costretto ad alzare il tasso di interesse, tuttavia un tasso d'interesse troppo alto in presenza di una grande quantità di debito può minare la capacità dello Stato di far fronte al pagamento del debito.

E' quello che ha rischiato l'Italia quando la scarsa o assente crescita del PIL, l'enorme stock di debito pubblico di nuovo in crescita a partire dal 2008, la scarsa credibilità del Governo e del sistema politico indussero gli investitori internazionali a dubitare della solidità del bilancio pubblico italiano e, quindi, ad acquistare i titoli di debito italiani solamente a condizione che i relativi tassi d'interesse fossero abbastanza alti da compensare l'aumentato rischio.

La crisi del debito italiano divenne evidente nel mese di Giugno 2011, subito dopo che Grecia, Irlanda e Portogallo ormai ad un passo dal default avevano chiesto aiuto all'Europa, ed andò via via peggiorando. Lo "spread", cioè il differenziale di rendimento fra titoli di stato italiani e quelli tedeschi presi come riferimento, cominciò a crescere di mese in mese (con una eccezione nel mese di Agosto dovuta all'acquisto da parte della Banca Centrale Europea di una notevole quantità di titoli italiani sul mercato obbligazionario) arrivando a superare i 500 punti nel mese di Novembre. Poco prima, a Settembre, l'agenzia internazionale di valutazione dei rischi finanziari Standard & Poor's aveva abbassato il "rating" (la valutazione di affidabilità) sui titoli del debito pubblico italiano.

La crescita dello spread mise in enorme difficoltà il sistema bancario italiano che stava già fronteggiando crescenti sofferenze negli impieghi del settore privato (cioè le perdite dovute a prestiti e affidamenti erogati ad imprese andate in crisi a causa della diminuzione della domanda di beni e servizi). Le banche italiane, che avevano in portafoglio una enorme quantità di buoni del tesoro - il 60% del portafoglio titoli delle cinque maggiori banche italiane era composto da BOT - videro compromessi i propri bilanci a causa del virtuale congelamento del mercato delle obbligazioni bancarie, dovuto alla perdita di valore dei titoli (perdita in conto capitale che si determina sui titoli precedentemente emessi ad un tasso d'interesse più basso rispetto al tasso d'interesse delle nuove emissioni).
Inoltre, la situazione delle banche venne aggravata da una crisi di fiducia generalizzata che provocò il ribasso delle borse europee ed in particolare della Borsa di Milano, dove i titoli bancari registrarono perdite spaventose. Così la maggior parte delle banche italiane si ritrovò sottocapitalizzata ed a rischio liquidità, tanto che nel mese di Dicembre l'Autorità Bancaria Europea (EBA) ammonì l'Italia sulla necessità di una urgente ricapitalizzazione del suo sistema bancario.
Le difficoltà del sistema bancario produssero già a partire dall'estate del 2011 una stretta del credito (credit crunch), cioè le banche italiane non furono più in grado di elargire finanziamenti al settore privato a tassi ragionevoli, determinando ulteriori difficoltà di accesso al credito alle famiglie e alle imprese che già si trovavano in difficoltà per la crisi economica strutturale che stava impoverendo il paese.

Sotto le pressioni del settore finanziario e di altre istituzioni, il 12 novembre 2011, Silvio Berlusconi rassegnò le dimissioni da Presidente del Consiglio per consentire la formazione di un Governo tecnico, guidato dal neo-senatore a vita Mario Monti che si insediò il 16 novembre 2011. Nel giro di poche settimane lo spread si ridusse sensibilmente per poi tornare a salire di nuovo, condizionato anche dall'ennesimo declassamento del rating del 13 gennaio 2012 dei titoli di Stato italiani da parte di Standard's & Poor's.

Il 6 Dicembre 2011 il Governo Monti varò il decreto salva-Italia, recante "Disposizioni urgenti per la crescita, l'equità e il consolidamento dei conti pubblici", una manovra da 20 miliardi di euro che aveva l'obiettivo di consolidare le finanze pubbliche e rispettare le prescrizioni europee e che riuscì a centrare l'obiettivo di riportare la fiducia sui mercati e di creare le premesse per una riduzione dello spread.

Così, il tasso di interesse sui titoli del debito pubblico italiano diminuì gradualmente fino al mese di Marzo, grazie anche al varo, da parte della Banca Centrale Europea guidata da Mario Draghi, di un "piano di rifinanziamento a lungo termine" (LTRO) concesso in data 22 dicembre 2011 e in data 29 febbraio 2012 alle banche. Il finanziamento della BCE aveva l'obiettivo di fornire liquidità al settore bancario attraverso un prestito triennale al tasso agevolato dell'1% annuo, ma fu utilizzato dalle banche anche per acquistare nuove emissioni di titoli del debito pubblico e ridurre di conseguenza lo spread sui titoli di stato.

A causa delll'elevato stock di debito pubblico e della perdurante scarsa crescita economica, l'Italia è stata una delle nazioni più colpite dalla crisi dei debiti sovrani, tuttavia, a differenza di Grecia, Spagna e Portogallo, non ha chiesto aiuti diretti alle istituzioni europee, che erano disposte a concedere questi aiuti solo a condizione di una rapida attuazione di riforme e prescrizioni con pesanti ripercussioni sul piano economico-sociale.

In sintesi, la crisi del debito sovrano è stata superata in Italia attraverso la formazione di un governo tecnico che ha adottato misure impopolari, tra cui tagli della spesa pubblica e aumento della tassazione complessiva dei cittadini.

Nonostante il superamento della crisi del debito, la sostenibilità dell'elevato stock di debito pubblico costituisce per l'economia italiana un fattore di rischio aggravato da una crescita economica bassa o assente.

In Italia si è creato un circolo vizioso tra debito pubblico e crisi strutturale del sistema economico. Per un verso la crisi del debito sovrano è esplosa a causa della crisi economica strutturale, poichè è stata l'assenza di crescita economica a ingenerare dubbi nei mercati finanziari sulla capacità dell'Italia di far fronte all'elevato stock di debito pubblico, dall'altro verso le misure adottate per risolvere la crisi del debito sovrano hanno ulteriormente aggravato la crisi economica.

Questo circolo vizioso tra debito pubblico eccessivo e crisi economica non è imputabile esclusivamente alle valutazioni in tempo reale dei mercati finanziari sulla sostenibilità del debito. Infatti, in una situazione di crisi economica la sola esistenza di un elevato stock di debito costituisce un limite oggettivo alla possibilità di adottare una politica economica espansiva attraverso un ulteriore crescita dell'indebitamento, poiché parte del bilancio pubblico risulta già impegnata in modo rigido per pagare gli interessi sul debito e per evitare ulteriore crescita dell'indebitamento (cioè sono già programmati tagli alla spesa pubblica nei bilanci di previsione).

Inoltre, il contenimento del deficit e la riduzione del debito pubblico costituiscono un impegno che l'Italia ha preso nei confronti delle istituzioni europee. L'Italia è, infatti, uno dei paesi promotori dell'Unione Europea e come tutti gli stati membri ha aderito al cosiddetto patto di stabilità. Il patto di stabilità europeo impone ai paesi membri il rispetto di determinati parametri di finanza pubblica, al fine di allineare i diversi sistemi economici e completare il processo di integrazione.

La difficoltà di rispettare i parametri europei in una fase di recessione economica ha aperto una discussione sull'adesione all'Euro. In effetti, l'adesione alla moneta unica europea ha comportato dei vincoli che restringono i margini di manovra che un paese membro ha per uscire dai tunnel delle crisi economiche. Infatti, oltre ai già citati vincoli di bilancio che inibiscono il ricorso alle politiche fiscali di espansione della spesa pubblica o di diminuzione della tassazione, vi è anche l'impossibilità per il paese membro di attuare autonomamente una politica monetaria espansiva avendo perso la sovranità monetaria.

Tuttavia, occorre considerare anche il rovescio della medaglia poichè senza lo scudo inflazionistico dell'Euro probabilmente l'Italia si sarebbe trovata in una situazione economica decisamente peggiore ed avrebbe perso la sua competitività in misura maggiore e tempo prima rispetto a quanto accaduto. Oggi, invece, l'Italia può tornare ad essere competitiva se risolve i problemi strutturali della sua economia, problemi strutturali che affondano le radici nei primi anni del 2000.

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