Corruzione, clientelismo e voto di scambio in Italia

Clientelismo e corruzione

Corruzione, voto di scambio e clientelismo sono fenomeni piuttosto diffusi in Italia. Per rendersene conto basta leggere le notizie di cronaca o le statistiche giudiziarie. Come evidenziato dall'inchiesta Mafia Capitale, questi fenomeni di devianza diventano sempre più devastanti essendo sfruttati dalla criminalità organizzata per insinuarsi nella rete di relazioni politiche ed economiche della classe dirigente.

Clientelismo, voto di scambio e corruzione sono anche figli di una cultura della legalità carente o addirittura assente, considerato che in alcune zone del paese si è diffusa una sottocultura della illegalità e dell'impunità mentre lo Stato ha quasi abdicato ad alcune sue funzioni. L'assenza di una consolidata cultura della legalità favorisce la corruzione e altri fenomeni di devianza costituendo un terreno fertile per la criminalità organizzata.

Gli episodi di corruzione in Italia, considerando l'elevato grado di diffusione ed il coinvolgimento di importanti ruoli istituzionali, rappresentano la spia di una degenerazione del tessuto politico ed amministrativo del paese. Sono, infatti frequenti gli appelli delle più alte cariche dello Stato affinché le istituzioni e le forze politiche si impegnino con tutte le proprie forze ad “estirpare il cancro della corruzione”.

E anche la maggioranza degli italiani sembra chiedere alla politica e alle istituzioni un maggiore impegno nella lotta alla corruzione e alla illegalità, come nella tangentopoli dei primi anni '90 quando un movimento popolare trasversale ai partiti rivendicò con forza questa esigenza.

Nei primi anni '90, il movimento popolare che chiedeva di fermare la corruzione dilagante, una maggiore trasparenza delle istituzioni e più giustizia sociale si manifestò anche con episodi al limite del linciaggio, come il lancio delle monetine su Craxi. Questo movimento, sull'onda dell'emotività suscitata dalle inchieste di tangentopoli, produsse anche dei risultati tangibili, come l'approvazione in Parlamento nel mese di Ottobre del 1993 della riforma dell'immunità parlamentare prevista dall'art. 68 della Costituzione - che nella nuova formulazione concedeva ai magistrati la possibilità di indagare un parlamentare senza prima dover chiedere l'autorizzazione alla Camera di competenza – e la schiacciante vittoria dei si nei referendum del 1991 e del 1993 finalizzati all'abrogazione delle preferenze della legge elettorale e del finanziamento pubblico ai partiti. Per inciso, il sistema delle preferenze e le leggi sul finanziamento pubblico ai partiti erano allora considerati dall'opinione pubblica i principali responsabili del voto di scambio e della mancanza di trasparenza della politica.

Tuttavia sul piano pratico e negli anni a seguire, le istanze popolari di rinnovamento politico e morale furono disattese ed i fenomeni della corruzione, del voto di scambio e del clientelismo, come si intuisce guardando alla situazione odierna, ripresero a manifestarsi con ancora più vigore ed in piena tradizione gattopardesca.

Alla luce di quanto accaduto, viene da chiedersi se oggi, come allora, le aspettative popolari di legalità, giustizia e lotta alla corruzione saranno tradite dalla classe dirigente o se la politica riuscirà, finalmente, a contrastare la corruzione e l'illegalità.

Rispetto agli anni '90 le condizioni sociali, economiche e politiche del paese sono molto mutate ed è probabile che oggi la società civile e la politica abbiano acquisito maggiore consapevolezza e volontà di cambiamento. Oggi il popolo italiano sembra essere più consapevole dei danni sociali ed economici generati dalla corruzione, dal voto di scambio e dal clientelismo, mentre nei primi anni '90 l'esigenza di rinnovamento morale che pervase la società italiana era stata una diretta conseguenza delle inchieste giudiziarie più che una reale presa di coscienza sociale.

Probabilmente, negli anni '90 la maggioranza della società e della classe dirigente italiana non era ancora pronta ad affrontare un cambiamento così radicale dei costumi, visto che nei quaranta anni precedenti, il clientelismo, il voto di scambio e la corruzione finalizzata al finanziamento occulto dei partiti erano state pratiche abituali. In sostanza, sia la società civile che la classe dirigente, al di là delle dichiarazioni di principio, non furono capaci di elaborare modelli di comportamento diversi da quelli abituali nelle relazioni politiche con l'elettorato, con le imprese e con le lobby economiche.

Inoltre, nella prima metà degli anni '90, l'indignazione popolare e le rivendicazioni della società civile conseguenti all'esplosione di tangentopoli si intrecciarono con il mutamento dello scenario politico conseguente il crollo del muro di Berlino e la formazione dell'Unione Europea.

Per quanto riguarda il primo aspetto, con la fine della guerra fredda, dopo decenni di sostanziale immobilismo, il quadro politico italiano divenne confuso e mutevole determinando una generale sensazione di smarrimento nei partiti e nelle istituzioni.

Negli anni a seguire, poi, la crisi di valori conseguente al crollo delle vecchie ideologie di destra e di sinistra determinò una caduta delle motivazioni ideologiche che assicuravano la fedeltà dei politici ai rispettivi partiti mentre la diffusione di una mentalità più individualista ed egoista favorì il moltiplicarsi degli episodi di trasformismo ed, essendo gli strumenti utilizzati per la lotta politica non sempre leciti e corretti, anche di corruzione. Inoltre, i mass media contribuirono ad esacerbare gli animi poichè misero sullo stesso piano le tangenti pagate dagli imprenditori per il finanziamento illecito dei partiti con gli episodi di corruzione vera e propria, favorendo la deriva giustizialista.

Gran parte della società italiana era inoltre condizionata da un rapporto ambiguo con la politica. Il rapporto tra cittadini e classe dirigente era ancora intriso di quella sorta di paternalismo che aveva caratterizzato la stagione politica della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista. In pratica, la maggior parte degli italiani era ancora disposta a chiudere gli occhi di fronte agli scandali, agli sprechi e ai privilegi della classe dirigente, perché convinta che gran parte delle risorse pubbliche saccheggiate dalla politica sarebbero comunque poi state condivise e rimesse in circolo dalle fazioni conniventi.

Per quanto riguarda il secondo aspetto, l'adesione dell'Italia al Trattato di Maastricht avrebbe determinato delle conseguenze sociali ed economiche che colsero impreparate sia la classe dirigente che la società italiana. Il Trattato dell'Unione Europea, firmato il 7 febbraio 1992 assieme agli altri undici paesi membri dell'allora Comunità Europea e che fissava le regole politiche ed i parametri economici che i vari Stati avrebbero dovuto rispettare una volta entrati nell'Unione, entrò in vigore il 1º novembre 1993. Tuttavia le prime conseguenze dell'adesione italiana all'Unione Europea si manifestarono ancor prima della firma del trattato, sia sul piano politico quando si dovette ricorrere ad un governo tecnico per attuare le riforme necessarie per poter far parte del primo gruppo di paesi dell'Unione, sia sul piano sociale quando la popolazione italiana fu chiamata a sopportare pesanti sacrifici economici.

Ma le vere conseguenze dell'adesione al Trattato di Maastricht furono largamente sottovalutate. L'ingresso nell'Unione Europea costituiva un punto di partenza e non un punto di arrivo, come invece fu percepito dagli italiani che, una volta raggiunto l'obiettivo dell'adesione all'Unione, erano convinti che la stagione delle ristrettezze economiche fosse finita e probabilmente si aspettavano dai governi successivi un allentamento dei cordoni della spesa pubblica.

In sostanza, sfuggiva agli italiani il nesso tra le politiche di bilancio restrittive imposte dal Trattato di Maastricht e lo spreco di risorse pubbliche generato dalla corruzione, dal voto di scambio e dal clientelismo. In fondo gli italiani erano ancora convinti che le risorse pubbliche fossero pressoché inesauribili, poichè fino ai primi anni '90 questa falsa percezione era stata alimentata con una crescita incontrollata del debito pubblico e con politiche monetarie di svalutazione della lira.

Ma la lotta agli sprechi di risorse pubbliche, ovvero alla corruzione, al voto di scambio e ai clientelismi non fu percepita come una priorità nemmeno dalla classe dirigente. In fondo, neanche la classe dirigente aveva metabolizzato che con l'adesione all'Unione Europea l'epoca delle vacche grasse era finita, poichè non sarebbe più stato possibile svalutare la moneta e far crescere in modo incontrollato il debito pubblico.

In sintesi, nonostante le inchieste di tangentopoli avessero evidenziato che l'Italia aveva un problema molto serio di corruzione, voto di scambio, clientelismo e conseguente dispersione di risorse pubbliche incompatibile con le politiche di bilancio restrittive imposte dall'Unione Europea, negli anni a seguire la classe dirigente non si preoccupò affatto né di come venivano utilizzate le risorse pubbliche per evitare gli sprechi e le ruberie, né di combattere la corruzione, il voto di scambio ed i clientelismi. Anzi, la classe dirigente approfittò del diffuso malcostume per continuare a "comprare" il consenso politico e lucrare privilegi o arricchimenti personali con rinnovata rapacità, mentre la maggioranza degli italiani era ammaliata dal cosiddetto sogno berlusconiano, ben disposta a chiudere gli occhi di fronte agli scandali e leggi ad personam.

Oggi, la percezione dell'importanza del rispetto della legalità è molto cambiata rispetto a quanto accadeva nella seconda repubblica. I partiti sono più consapevoli (almeno a livello nazionale anche se permangono situazioni opache a livello locale) dei danni generati dalle modalità di relazione con l'elettorato basate sul voto di scambio, sul clientelismo e sul finanziamento illecito. I cittadini sono più consapevoli che l'Italia non può permettersi di disperdere risorse pubbliche a causa di un sistema di relazioni opache tra politica ed economia, un sistema che oltre ad erodere la credibilità della classe dirigente viene troppo spesso utilizzato da personaggi senza scrupoli, ma anche dalla criminalità organizzata, per lucrare affari milionari alle spalle delle istituzioni e di ignari cittadini. Cittadini che non sono più tanto ignari come testimoniato dall'ascesa del Movimento 5 Stelle. La maggioranza della società italiana è oggi consapevole che la corruzione, il voto di scambio, il clientelismo e la mancanza di una consolidata cultura della legalità comportano un costo che viene pagato dalla collettività, creano ingiustizie sociali e danneggiano la crescita economica.