Le coalizioni elettorali, la mucca nel corridoio e le elezioni politiche 2018

Mucca

Sull'onda dei commenti ai risultati delle elezioni regionali in Sicilia i mass media hanno concentrato l'attenzione sulla formazione delle coalizioni tra partiti per le elezioni politiche del 2018.

La formazione di coalizioni per le elezioni regionali in Sicilia era finalizzata al sostegno dei candidati presidenti. La competizione elettorale siciliana ha visto prevalere il candidato della coalizione di centrodestra. Il Movimento 5 Stelle, che per principio rifiuta la logica delle alleanze e delle coalizioni, ha ovviamente corso da solo e nonostante sia diventato il primo partito politico in Sicilia non è riuscito a far vincere il suo candidato, arrivato secondo. Le forze politiche di sinistra e di centrosinistra, invece, si sono presentate alle elezioni regionali divise: il candidato presidente sostenuto da una coalizione di centrosinistra, con capofila il Partito Democratico, è arrivato terzo, mentre il candidato sostenuto da una coalizione di sinistra, con capofila Articolo Uno Mdp, è arrivato quarto.

Poiché le elezioni politiche del 2018 si svolgeranno con la nuova legge elettorale, denominata Rosatellum bis, che prevede l'assegnazione di circa un terzo dei seggi del Parlamento attraverso collegi uninominali dove i candidati sostenuti da più partiti partono favoriti, la formazione di coalizioni sembra sia diventata una priorità anche per le elezioni politiche 2018.

Lo scenario politico scaturito dai risultati elettorali e dall'assetto delle coalizioni nelle elezioni politiche siciliane, per analogia, è stato riportato dai mass media sul piano nazionale. Si è aperta così una discussione sulle coalizioni politiche e in particolare sulla possibilità che si formi una coalizione allargata di centrosinistra in grado di superare le divisioni nell'area politica di sinistra.

Infatti, nel sistema politico tripolare che caratterizzerà le prossime elezioni politiche del 2018, gli attuali sondaggi elettorali prefigurano una coalizione di centrosinistra non competitiva, poiché attraversata da una divisione e da un conflitto, apparentemente contraddittorio, tra il principale partito di centrosinistra (Partito Democratico) e le forze politiche più a sinistra (Articolo Uno - Mdp e Sinistra Italiana).

Da più parti, quindi, si sono moltiplicati gli appelli alla cosiddetta unità della sinistra, considerata l'unico possibile argine all'avanzata delle forze politiche di destra che allo stato attuale sembrano destinate a prevalere. Guardando anche al panorama politico europeo e internazionale, la crescita di consenso delle destre è stata sintetizzata da Pierluigi Bersani con la fortunata metafora della mucca nel corridoio, alludendo al fatto che una mucca in un corridoio non può non essere vista o quantomeno non è possibile fingere di non averla notata.

La metafora della mucca nel corridoio è stata utilizzata da Bersani per criticare l'indirizzo politico espresso dal Partito Democratico durante la XVII legislatura ed in particolare l'atteggiamento e l'operato del segretario Matteo Renzi, il quale avrebbe guidato il Partito Democratico in una direzione opposta alle aspettative del popolo di sinistra dimenticando la tutela delle classi sociali più svantaggiate. I cittadini delusi dalle politiche sociali ed economiche dei governi di centrosinistra succedutisi in questa legislatura si sarebbero quindi allontanati dal Partito Democratico e avvicinati alle forze politiche populiste concorrenti della sinistra.

Nello specifico, il Partito Democratico di Renzi è stato accusato di aver virato verso politiche di destra al fine di accaparrarsi il consenso dei moderati, determinando così un duplice fallimento: da un lato il mancato allargamento dei consensi verso il centro, dall'altro una perdita dei consensi a sinistra. Una errata strategia politica del PD di Renzi sarebbe quindi la causa dell'avanzata delle destre in Italia.

In realtà, nel contesto sociale, economico, politico europeo e internazionale, dove è stata constatata una forte e generalizzata perdita di consensi da parte dei partiti politici di sinistra e dove, tra l'altro, l'unica eccezione è stata proprio quella dell'Italia dove il Partito Democratico di Renzi ha ottenuto il 40% alle elezioni europee del 2014, questa lettura degli avvenimenti e dello scenario politico italiano appare forzata, forse viziata.

In primo luogo, la perdita di consensi delle forze politiche di sinistra sembra dovuta al mutamento del paradigma economico e del quadro geopolitico internazionale, con la globalizzazione e lo sviluppo tecnologico che hanno reso anacronistiche o quantomeno inefficaci la maggior parte delle ricette politiche della sinistra. Come ha detto Massimo Cacciari le sinistre hanno fallito, storicamente. In secondo luogo, la perdita di consenso delle sinistre in Italia, ovvero la crescita della distanza tra le forze politiche di sinistra e le classi sociali svantaggiate o, più in generale, la crescita di sfiducia dei cittadini verso i partiti politici di sinistra e la politica tutta si è verificata prima del 2013 e, più precisamente, mentre nel paese imperversava il berlusconismo.

Infatti, il distacco del cosiddetto popolo di sinistra dai partiti politici di sinistra è avvenuto a causa dell'inerzia o dell'impotenza di quest'ultimi, manifestatasi durante un arco temporale piuttosto lungo, iniziato con la famosa citazione di Nanni Moretti in "Aprile" e i girotondi, proseguito con il V-Day di Beppe Grillo e culminato con le note e tristi vicende connesse alla ricostruzione e al terremoto che ha colpito L'Aquila, dove il distacco dei partiti politici di sinistra dalla propria base elettorale è stato ben documentato da Sabina Guzzati, in "Draquila, l'Italia che trema".

Le elezioni politiche del 2013 che la sinistra di Bersani si aspettava di vincere agevolmente hanno, quindi, certificato il distacco già avvenuto tra il Partito Democratico e la cosiddetta base, hanno confermato la sostanziale inefficacia del ruolo svolto dalle sinistre anche in Italia, hanno indicato la direzione imboccata dagli elettori delusi verso il radicalismo del Movimento 5 Stelle. Se il divorzio tra il popolo di sinistra e i partiti politici di sinistra non fosse già avvenuto prima delle elezioni politiche del 2013, probabilmente il Movimento 5 Stelle non avrebbe avuto il successo che ha effettivamente avuto in quelle elezioni.

La critica di Bersani e delle forze politiche a sinistra del Partito Democratico nei confronti dell'indirizzo politico espresso dal segretario Matteo Renzi appare quindi pretestuosa o quantomeno fuorviante. Per utilizzare una metafora simile a quella della mucca nel corridoio, chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati è inutile. Sarebbe stato quindi inutile rincorrere il Movimento 5 Stelle, una strategia politica in parte tentata con esiti disastrosi dallo stesso Bersani subito dopo la sconfitta elettorale. Ciò nonostante, successivamente, per Bersani e altre forze politiche di sinistra il tema prioritario è diventato come recuperare i consensi persi a sinistra, ma risulta difficile credere che i tradizionali partiti di sinistra possano riuscire in questa impresa considerando le attuali condizioni in cui versano le sinistre in Europa e nel mondo.

Infatti, neanche in Italia le forze politiche della sinistra tradizionale sono state in grado di elaborare in positivo una strategia politica in grado di recuperare consensi a sinistra, tant'è vero che Bersani e l'opposizione interna del PD si sono limitati a criticare la linea politica del nuovo Partito Democratico e a logorare l'esecutivo guidato da Renzi. Anche successivamente, dopo la scissione del PD, sia Articolo Uno - Mdp che Sinistra Italiana invece di elaborare una strategia politica in positivo hanno preferito adottare una linea politica basata sull'opposizione, una strategia in negativo molto simile a quella del Movimento 5 Stelle basata più sulla critica che su proposte politiche di ampio respiro.

Il punto è che per elaborare in positivo una proposta politica in grado di recuperare il consenso di quello che un tempo era considerato il popolo di sinistra occorrerebbe una radicalizzazione della piattaforma politica della sinistra. In altre parole, i partiti di sinistra per avere qualche chance di recuperare i consensi persi dovrebbero diventare, o tornare a essere percepiti, forze politiche radicali almeno tanto quanto lo sono i movimenti e le forze politiche estreme che si sono affermate negli anni recenti, o addirittura superarle in quanto a radicalismo riaffermando le proprie radici rivoluzionarie.

A conferma di questa tesi, si evidenzia come il consenso elettorale generato dall'insoddisfazione dei cittadini delusi non venga indirizzato a destra o a sinistra sulla base dei principi e delle ideologie che hanno dominato la politica a partire dal secondo dopoguerra. La maggior parte dei cittadini, soprattutto i giovani, non riescono più a vedere il nesso tra questi principi e la realtà contemporanea. Inoltre in molti, forse in troppi, quelle ideologie nemmeno le conoscono. I cittadini sono diventati più pragmatici, infatti la velocità dei cambiamenti e la globalizzazione generano aspettative di risultati tangibili e immediati. Forse questa è anche la ragione per cui il radicalismo delle destre sembra avvantaggiato rispetto a quello delle sinistre, poiché la capacità di portare risultati tangibili, così come quella di soddisfare la crescente esigenza di sicurezza e di tutela dei cittadini, è spesso associata a concetti quali l'ordine e la disciplina (affini al concetto di legalità) che sono (erroneamente) ritenuti patrimonio esclusivo della destra estrema.

Tuttavia, per le forze politiche di sinistra l'ammissione di un ritorno al radicalismo, anche se da rielaborare in forme nuove, significherebbe ammettere l'incompatibilità di fondo con l'indirizzo riformista e moderato del Partito Democratico e del centrosinistra in generale, poiché la polarizzazione dello scontro politico generata dall'evoluzione socio-economica dell'occidente sembra tendere verso un conflitto tra forze politiche riformiste o moderate e forze politiche radicali o estreme.

Gli elettori sembrano infatti convergere verso due poli principali: coloro che vogliono un cambiamento graduale e controllato della società e delle istituzioni e coloro che invece vogliono e sperano in un cambiamento più radicale e dirompente, vuoi perché le politiche attuali sono considerate insufficienti o inadeguate, vuoi perché la crisi di fiducia nelle istituzioni e nella politica induce a desiderare la sovversione di un ordine che sembra costituito apposta per favorire le classi agiate.

In questa ottica, neanche una eventuale coalizione di centrodestra può ritenersi solida e funzionale alle esigenze di governo del paese. In effetti, la poliedricità e longevità (politica) dell'attuale leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, potrebbe essere in grado di unire in un rinato schieramento di centrodestra le forze politiche più moderate con quelle più estreme (Lega e Fratelli d'Italia) che negli ultimi anni si sono impegnate a radicalizzare, tra l'altro con un certo successo, le proprie posizioni. Ma alla lunga come reagirebbero gli elettori? Poiché è probabile che uno dei due sottoinsiemi della coalizione di centrodestra, quello moderato o quello radicale, debba pagare pegno rinunciando almeno in parte alla sua identità, si verificherebbero consistenti spostamenti del consenso degli elettori. Infatti, ammesso e non concesso che la coalizione di centrodestra riesca a raggiungere la maggioranza in Parlamento, da che lato penderebbe l'indirizzo politico dell'azione di governo? Quanto potrebbe durare l'unità di questa coalizione alla prova dei fatti?

Tuttavia, il primo ostacolo che le coalizioni dovranno superare consiste nel raggiungere l'accordo tra partiti per l'assegnazione delle candidature nei collegi uninominali. Un ostacolo non da poco. Occorre infatti evidenziare come, a differenza delle precedenti elezioni politiche tenutesi dopo la formazione della cosiddetta seconda repubblica, la nuova legge elettorale non preveda l'indicazione di un candidato premier, facendo così venir meno il vero collante delle coalizioni. In sostanza, senza un candidato premier in grado di contrastare le spinte centrifughe dentro le coalizioni, gli accordi tra partiti sarebbero funzionali solamente alla vittoria dei candidati prescelti nei collegi uninominali.

Si configurano quindi esclusivamente delle coalizioni elettorali. Nella scelta delle candidature, allora, il quadro politico di ogni singolo collegio uninominale potrebbe prevalere sul quadro politico nazionale. Ad esempio, non si può escludere che i candidati nei collegi uninominali possano cercare accordi o alleanze, magari sottobanco, fuori dagli schemi degli accordi nazionali di coalizione. Inoltre, i candidati eletti nei collegi uninominali, una volta eletti, con quale forza politica si schiereranno in caso di rottura della coalizione?

Insomma, la scelta dei candidati per i collegi uninominali sembra destinata a orientare le scelte dei partiti sulle alleanze e non il contrario.

D'altro canto, ai partiti politici non conviene impegnarsi in una coalizione di governo senza che nella legge elettorale vi sia l'obbligo d'indicare il candidato premier. Mentre per alcuni partiti sarebbe come firmare una cambiale in bianco, per altri potrebbe trasformarsi in un gioco d'azzardo con le istituzioni considerando che nessuna coalizione sembra in grado di ottenere la maggioranza assoluta in Parlamento. Se una coalizione dovesse risultare vincente ma non ottenere la maggioranza in Parlamento, ovvero non essendoci nessuna garanzia che la coalizione anche se vincente possa esprimere e sostenere un candidato premier, quale soggetto dovrebbe intestarsi gli onori e gli oneri della vittoria della coalizione? L'ipotesi più probabile è che una volta concluse le elezioni e assegnati i seggi tutti i partiti eletti in Parlamento vorranno essere liberi di agire secondo le proprie priorità, con buona pace delle coalizioni. In tal caso, gli eletti nel quadro di una coalizione di governo non finirebbero con il delegittimare lo stesso Parlamento? Alle elezioni politiche del 2018 presentarsi agli elettori come coalizione di governo è un azzardo che rischia di generare un pasticcio politico dopo le elezioni, a meno che non si dia già per scontata una seconda tornata elettorale.

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