Le anomalie parlamentari durante la XVII legislatura

Sala del Consiglio dei Ministri a Palazzo Chigi

Durante la XVII legislatura della Repubblica italiana (15 marzo 2013 - 22 marzo 2018) si sono alternati tre governi guidati, in successione, da Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Tutti e tre i Presidenti del consiglio sono stati espressi dal Partito Democratico e la circostanza che l'unico vero cambio di maggioranza (la fuoriuscita dalla maggioranza parlamentare di Forza Italia e la conseguente scissione del partito con la formazione di Nuovo CentroDestra) non abbia determinato una crisi di governo ma che le due crisi di governo siano state determinate dalle vicende interne a un partito, dovrebbe comportare una riflessione sull'efficacia della specifica forma di governo parlamentare italiana.

La repubblica italiana ha infatti adottato una forma di governo parlamentare, ovvero la Costituzione assegna la responsabilità di "governare" (intesa in un'accezione ampia che si riferisce all'azione di governo complessiva del paese e non all'azione di governo dell'organo costituzionale dello Stato titolare del potere esecutivo) al Parlamento e specificatamente alla maggioranza parlamentare.

Le responsabilità di governo della maggioranza parlamentare si sostanziano, sia nella formazione e nel sostegno al Governo attraverso il meccanismo del voto di fiducia, sia nell'approvazione delle leggi ordinarie che costituiscono lo strumento giuridico principale per governare il paese, essendo gli altri strumenti normativi, come ad esempio i decreti e gli atti amministrativi, fonti secondarie che non possono contrastare con le leggi ordinarie (che a loro volta non possono contrastare con le leggi costituzionali).

La Costituzione, infatti, pone dei limiti stringenti al potere legislativo del Governo sancendo all'art. 76 che "L'esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti." e all'art. 77 che "Il Governo non può, senza delegazione delle Camere, emanare decreti che abbiano valore di legge ordinaria. Quando, in casi straordinari di necessità e di urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni. I decreti perdono efficacia sin dall'inizio, se non sono convertiti in legge entro sessanta giorni dalla loro pubblicazione. Le Camere possono tuttavia regolare con legge i rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non convertiti."

Analizzando la composizione dei governi che si sono succeduti nel corso della legislatura si evince che esponenti di vari partiti hanno fatto parte della compagine governativa con ruoli tutt'altro che secondari. Considerando le scissioni e i cambi di denominazione dei partiti, hanno fatto parte dei suddetti governi esponenti del Popolo della libertà, di Scelta Civica, del Nuovo Centrodestra, di Democrazia Solidale, dei Popolari per l'Italia, dell'Unione di Centro, dei Radicali italiani, del Partito Socialista Italiano, di Alternativa Popolare, dei Centristi per l'Europa.

Per inciso, la formazione di governi composti da un solo partito è stata un fenomeno marginale nel sistema politico italiano (solamente la Democrazia Cristiana è stata in grado di varare dei governi monocolore), poiché di norma nell'esecutivo confluiscono i rappresentanti designati dai principali partiti che compongono la maggioranza parlamentare.

Ripercorriamo, invece, le vicende della maggioranza parlamentare e dei partiti che ne hanno fatto parte durante la XVII legislatura.

Sommariamente hanno fatto parte della maggioranza parlamentare che ha sostenuto il governo Letta (aprile 2013 - febbraio 2014): il Partito Democratico, Scelta Civica, il Popolo della Libertà, l'Unione di Centro e Grande Sud con l'appoggio esterno del Partito Socialista Italiano, del Centro Democratico, Südtiroler Volkspartei e altri partiti minori (PATT, USEI, MAIE, UV, UpT). Dopo la scissione del Popolo della Libertà, che ha generato la rinascita di Forza Italia e la nascita del Nuovo Centrodestra, e la scissione di Scelta Civica che ha generato la nascita dei Popolari per l'Italia, nel mese di novembre 2013 Forza Italia e Grande Sud hanno ritirato il loro appoggio al governo mentre sono entrati nella maggioranza il Nuovo CentroDestra e i Popolari per l'Italia.

Sempre sommariamente, hanno fatto parte della maggioranza parlamentare che ha sostenuto il governo Renzi (febbraio 2014 - dicembre 2016): il Partito Democratico, il Nuovo CentroDestra, l'Unione di Centro, Scelta Civica, il Partito Socialista Italiano, Democrazia Solidale (costituita da parlamentari fuoriusciti da SC e altri) e il Centro Democratico con l'appoggio esterno del gruppo ALA di Denis Verdini (fuoriuscito da FI), Südtiroler Volkspartei, Italia dei Valori e altri partiti minori (PATT, UpT, USEI, UV, ApI, MAIE).

Infine, hanno fatto parte della maggioranza parlamentare che ha sostenuto il governo Gentiloni (dicembre 2016 - maggio 2018): il Partito Democratico ridimensionato dalla scissione del 25 febbraio 2017 di Articolo 1 - Mdp, Alternativa Popolare (ex Nuovo CentroDestra), i Centristi per l'Europa, il Partito Socialista Italiano, i Civici e Innovatori (ex Scelta Civica), Democrazia Solidale e Centro Democratico con l'appoggio esterno del gruppo ALA-Scelta Civica-MAIE, Südtiroler Volkspartei, Italia dei Valori e altri partiti minori (PATT, SA, UV, UpT, USEI, Mod, LC, LPP).

Fermo restando l'anomalia di una maggioranza a guida Partito Democratico che esprime ben tre Presidenti del Consiglio, come si evince dalla semplice elencazione dei partiti che hanno sostenuto le suddette maggioranze parlamentari, nel corso della XVII legislatura si sono verificate, sia nella Camera dei deputati che in Senato, sostanziali mutazioni delle forze politiche rispetto a quelle originariamente elette in Parlamento, sebbene il quadro politico complessivo scaturito dalle elezioni del 2013 sia rimasto pressappoco lo stesso.

Considerando anche i movimenti avvenuti tra le fila dell'opposione, tra scissioni, cambi di denominazione, fondazione di nuovi partiti e cambi di casacca dei parlamentari, di fatto molte forze politiche presenti in Parlamento hanno perso qualsiasi legame con i partiti originariamente votati dagli elettori nel 2013.

Infatti, sebbene le candidature al Parlamento siano presentate dai partiti politici, i regolamenti parlamentari consentono ai senatori e ai deputati di formare gruppi parlamentari sconnessi dai partiti che li hanno fatti eleggere. Questi regolamenti hanno favorito una scomposizione, ricomposizione e proliferazione senza precedenti dei gruppi parlamentari.

L'assenza di legami diretti tra gruppi parlamentari e partiti politici indebolisce i principi alla base della democrazia rappresentativa, disorienta gli elettori e favorisce sia la deresponsabilizzazione dei parlamentari nei confronti dei partiti che li hanno candidati al Parlamento, sia degli stessi partiti politici nei confronti degli elettori.

Infatti, durante la XVII legislatura numerose forze politiche nate in Parlamento e mai sottoposte al vaglio degli elettori hanno condizionato le dinamiche parlamentari spesso in maniera determinante.

Una conferma dell'indebolimento della rappresentanza democratica e del ruolo che la Costituzione assegna ai partiti politici può essere rilevato anche nelle liste presentate per le elezioni politiche del 4 marzo 2018. Come evidenziato da Salvatore Curreri, si è prefigurato un uso strumentale dei simboli e delle alleanze da parte di alcune forze politiche il cui solo intento era di conquistare seggi in Parlamento, complici gli stessi partiti e coalizioni in cerca di voti.

Il proliferare di liste che raccolgono diversi simboli al proprio interno sarebbe, infatti, una conseguenza del regolamento emanato dal Senato della Repubblica il 20 Dicembre 2017 per tentare di porre un freno alla costituzione di gruppi parlamentari scollegati dai partiti politici effettivamente eletti in Parlamento.

Eppure, la formazione di gruppi parlamentari coerenti con i partiti votati dagli elettori non solo servirebbe a garantire la qualità della rappresentanza democratica e l'affidabilità dei parlamentari e dei partiti, ma anche a tutelare la solidità e la coesione della maggioranza parlamentare. Quanto più una maggioranza è coesa e omogenea tanto più è in grado di varare leggi organiche e formare governi stabili.

Per tutte queste ragioni, la frenesia che alcuni partiti hanno di piazzare i propri esponenti nel Governo senza preoccuparsi della coesione, della omogeneità o finanche della effettiva esistenza di una solida maggioranza parlamentare dovrebbe destare qualche sospetto, o quantomeno essere considerata una ingenuità in particolare di quelle forze politiche il cui obiettivo dichiarato è cambiare radicalmente il paese attraverso la promulgazione di leggi innovative.

Governare efficacemente un paese che adotta la forma di governo parlamentare, il bicameralismo perfetto, un sistema elettorale sostanzialmente proporzionale e regolamenti di Camera e Senato non mirati a responsabilizzare i parlamentari e i partiti politici è già di per sè un'impresa difficile. Se a queste tare si aggiungono i conflitti d'interesse, le inadeguatezze, le incompetenze, trasversalmente presenti in buona parte della classe politica italiana e nei partiti, l'impresa diventa veramente ardua.

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