Difesa e forze armate

Drone Predator

La difesa dello Stato non è un tema popolare tra i cittadini delle democrazie europee, a meno che la discussione non verta sulla spesa pubblica e su eventuali tagli al settore della difesa. Questa sorta di rimozione del tema della difesa dalle discussioni politiche sembra motivato da due ragioni in parte contradditorie: per un verso la difesa dello Stato viene automaticamente associata alle forze armate, alle operazioni militari e alla guerra, per cui la politica tratta questo tema con molta cautela per non urtare la sensibilità dei pacifisti e di quanti mettono in contrapposizione l'esistenza stessa di un esercito con gli orrori e le devastazioni provocate dai conflitti armati, mentre per l'altro verso gran parte dei cittadini considera la difesa dello Stato un tema politico che non li riguarda, un'eventualità che non può coinvolgerli da vicino, poiché:

  • le tracce lasciate nel presente dalla seconda guerra mondiale, ovvero dall'ultimo conflitto armato le cui devastazioni sono state vissute in prima persona dalla popolazione, sono ormai sbiadite: un conto è ascoltare il drammatico racconto dei nonni, un conto è leggere gli avvenimenti sui libri di storia;
  • non c'è più l'angoscia collettiva di una terza guerra mondiale così come alimentata dai mass media durante tutto il periodo della guerra fredda tra USA e URSS;
  • prevale la convinzione che il moderno sistema economico renda pressoché impossibile un eventuale coinvolgimento della popolazione, ovvero dei consumatori, in un conflitto armato;
  • la spettacolarizzazione della guerra attraverso la televisione, il cinema e i videogiochi ne ha cambiato la percezione, ad esempio enfatizzandone alcuni aspetti come l'eroismo e l'evoluzione tecnologica.

In effetti, l'idea di guerra come evento distante è in parte corretta, poiché una delle strategie di difesa adottate dai paesi occidentali è la prevenzione delle guerre e dei conflitti armati, o al limite la cosiddetta guerra preventiva. In sostanza, le democrazie occidentali attuano delle strategie diplomatiche e militari, a volte caratterizzate da un certo cinismo e per questo aspramente criticate dai pacifisti, al fine di impedire che determinate situazioni possano evolvere in conflitti armati, mettere a rischio i propri interessi o addirittura coinvolgere i propri territori. Spesso, viene giustificato l'uso delle armi per mantenere la pace, per ripristinare situazioni precedenti ad un conflitto, per evitare l'escalation di conflitti armati o il rafforzamento militare di Stati ritenuti pericolosi.

Le operazioni di difesa si svolgono, quindi, altrove e lontano in modo da mantenere il più distante possibile le situazioni di conflitto. Non a caso, il sistema militare occidentale (coordinato dalla NATO) ha sviluppato delle capacità specifiche funzionali a questo scopo, in particolare con l'aeronautica militare dotata di velivoli ed armi in gado di colpire a grandi distanze, con i sistemi balistici a lunga gittata, con sofisticati sistemi satellitari e con gli ormai tristemente famosi droni militari.

Queste strategie militari di intervento in paesi lontani, incluse le cosiddette missioni di pace, cioè interventi militari finalizzati alla conservazione o al ripristino della pace in zone a rischio o sconvolte da conflitti armati, nonché altre forme di intervento militare comunque giustificate, sono state spesso accusate di essere una delle cause del terrorismo internazionale e degli attentati compiuti ai danni della popolazione civile dei paesi occidentali.

Esiste, infatti, un problema di difesa dello Stato dagli attacchi di natura terroristica commissionati, organizzati o coordinati dall'esterno. Negli Stati democratici, la prevenzione degli attentati e la lotta al terrorismo internazionale sono normalmente di competenza delle forze di polizia e di reparti adibiti all'ordine pubblico e alla sicurezza. Il dispiegamento sul territorio nazionale di reparti militari per combattere il terrorismo è generalmente una misura eccezionale, tra l'altro non sempre efficace essendo gli eserciti addestrati a combattere un nemico visibile.

In ogni caso, le decisioni politiche che riguardano la partecipazione dell'Italia ad operazioni militari, o anche il semplice sostegno logistico agli interventi militari condotti dalla Nato o sotto la bandiera dell'ONU, vengono generalmente prese dopo un'attenta analisi dei rischi, valutando sia la possibilità di eventuali ritorsioni di carattere terroristico, sia il delicato ruolo dell'Italia negli equilibri geopolitici del mediterraneo.

D'altro canto, il coinvolgimento dell'opinione pubblica nelle decisioni di merito sulla partecipazione a interventi militari o sul supporto logistico a interventi militari di altri paesi e/o organizzazioni internazionali è abbastanza infrequente, e quando questo accade spesso si tratta di un coinvolgimento di facciata.

Il motivo è che questo genere di decisioni, nella maggior parte dei casi, è una conseguenza della partecipazione dell'Italia alle alleanze di carattere militare, come la NATO, o la conseguenza di accordi multilaterali ai quali sarebbe molto complicato sottrarsi.

Infatti la difesa dello Stato è sempre più una questione di strategie ed alleanze internazionali che vengono decise dalla diplomazia in un quadro mutevole di equilibri geopolitici.

L'Italia è infatti un membro fondatore della NATO (North Atlantic Treaty Organization), l'Organizzazione del Trattato dell'Atlantico del Nord, istituita con il trattato del Patto Atlantico, il 4 aprile 1949 a Washington, D.C. per avviare una collaborazione internazionale nel settore della difesa tra i paesi occidentali che, dopo la fine della seconda guerra mondiale, temevano che le tensioni con l'Unione Sovietica potessero sfociare in conflitti armati mirati ad espandere l'ideologia comunista con la forza.

Dopo la caduta del muro di Berlino e la fine dell'Unione Sovietica la NATO ha modificato i suoi obiettivi, conservando il suo ruolo di riferimento per la collaborazione militare volontaria tra Paesi aderenti, e si è resa disponibile ad attuare militarmente le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell'ONU, o ad imporre con la forza, quando necessaria, il rispetto della Carta dell'ONU e delle norme e convenzioni di diritto umanitario e di diritto bellico.

Attualmente sono 29 gli Stati che aderiscono alla NATO che, oltre alla gestione della collaborazione sul piano meramente militare, costituisce il fulcro di una collaborazione politica tra gli Stati membri sulle diverse implicazioni di politica estera, creando un'interconnessione tra le diplomazie dei paesi aderenti. La NATO, infatti, si è dotata di una organizzazione interna che prevede accanto alla struttura militare una struttura politica a cui è assegnato un ruolo preminente.

Per migliorare le relazioni internazionali e poter agire all'unisono in caso di emergenza anche l'Unione Europea ha avviato una strategia di integrazione per una difesa comune europea, poiché le minacce alla pace hanno assunto sempre più le caratteristiche di minacce globali che richiedono soluzioni globali.

Infatti, se per un verso il rischio di una terza guerra mondiale non genera più l'angoscia tipica del periodo della guerra fredda, per l'altro verso proprio la fine dell'era della contrapposizione tra le due grandi superpotenze USA - URSS e l'emergere di nuove superpotenze dotate di armi nucleari, aumentano il rischio di guerre globali dagli effetti devastanti. Le diplomazie degli Stati occidentali, infatti, monitorano attentamente alcuni paesi dotati di armi nucleari e in particolare, tra questi, quelli autoritari.

Da rilevare, infine, la tendenza degli Stati democratici ad accrescere il contributo delle forze armate negli interventi di aiuto umanitario a supporto delle popolazioni colpite da calamità ed emergenze e nelle operazioni di ordine pubblico con compiti di prevenzione e repressione, come il pattugliamento nelle città in prossimità di obiettivi sensibili ad attacchi terroristici o in mare per garantire la sicurezza delle comunicazioni marittime e contrastare i traffici illeciti incluso quello dei migranti.

Nel bilancio dello Stato
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