Mercato del lavoro e protezione sociale

Lavoro

Il mercato del lavoro è costituito dall'insieme dei soggetti che domandano, che offrono e che intermediano il lavoro, dalle modalità di incontro tra domanda e offerta di lavoro e dalle regole con cui il lavoro viene scambiato (tipologia di contratti, retribuzione, tassazione).

Il mercato del lavoro è un mercato particolare, diverso da tutti gli altri, poiché nel XX secolo il lavoro ha assunto una rivoluzionaria valenza sociale e psicologica oltre che economica. Il lavoro ha sempre avuto una valenza economica come fattore produttivo ma non come fonte di reddito, anzi per gran parte della storia dell'umanità la retribuzione del lavoro non è stata obbligatoria e men che meno proporzionale al lavoro svolto.

Comunque il cambiamento epocale nella percezione del lavoro è avvenuto sul piano sociale e psicologico con una rivoluzione culturale che ha progressivamente sovvertito la considerazione che la società aveva del lavoro. Infatti prima della rivoluzione industriale e della nascita della borghesia il lavoro come mezzo di sostentamento non godeva di grande considerazione, anzi le classi colte e l'aristocrazia consideravano miserevoli le classi sociali che avevano bisogno di lavorare per vivere. Il lavoro in sé era apprezzato quando rappresentava una vocazione, il soddisfacimento di un interesse personale, un impegno autonomo.

Con l'affermazione della borghesia, invece, il lavoro comincia ad essere percepito come fonte di reddito e non solo come mezzo di sostentamento, all'inizio sempre con spregio, poi man mano che i parvenus (i nuovi ricchi) acquistavano titoli onorifici, posizioni di prestigio e si imparentavano con i nobili in modo sempre più neutrale.

Ma è solamente con le lotte e l'affermazione della classe operaia, che il lavoro acquista il valore economico, sociale e psicologico a cui siamo abituati oggi, un valore riconosciuto dalle convenzioni internazionali sui diritti umani, un valore talmente idealizzato da essere inserito come principio fondante della Repubblica nella Costituzione italiana che all'Art. 1 recita: "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro."

Questo sintetico excursus storico testimonia che la concezione del lavoro oggi dominante è relativamente recente e soprattutto non immanente.

Infatti, se dovessimo prendere alla lettera l'indicazione di principio che scaturisce dalla carta costituzionale quando individua nel lavoro il fondamento della Repubblica, dovremmo constatare con il senno di poi, o che i padri costituenti hanno sancito una dichiarazione utopica, o che hanno avuto un lapsus mentre scrivevano: "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul capitale."

Questa è ovviamente una provocazione che però ben evidenzia come il ruolo principale nell'economia di mercato sia stato svolto dal capitale e non dal lavoro, e che può far riflettere sul clima politico e ideologico in cui fu redatta la Costituzione della Repubblica italiana, un clima in cui tutte le forze politiche, incluse quelle capitaliste, erano condizionate dalla concezione marxista dell'economia, mentre le forze di sinistra erano profondamente pervase da quell'idealismo che aveva determinato la nascita dell'utopia comunista e dell'Unione Sovietica e che vedeva nel conflitto tra capitale e lavoro la sua stessa ragion d'essere.

In altre parole, la concezione del lavoro come fonte di reddito si saldava alla contrapposizione sociale tra capitalisti e lavoratori, con questi ultimi che rivendicavano il ruolo del lavoro subordinato nell'economia industriale e il riconoscimento dei diritti dei lavoratori.

Paradossalmente, sono state le democrazie capitaliste e le socialdemocrazie europee a dare attuazione con maggiore determinazione al principio che sanciva il diritto al lavoro e lo elevava a mezzo principale per migliorare le condizioni di vita dei cittadini e conquistare il benessere sociale e individuale, mentre nei paesi comunisti il lavoro diventava un obbligo.

Per alcuni decenni a partire dal secondo dopoguerra, l'espansione dell'economia di mercato e la crescita dell'industria e dei servizi hanno creato condizioni favorevoli all'espansione delle opportunità di lavoro e alla crescita dei redditi da lavoro subordinato, lasciando intendere che fosse possibile raggiungere la piena occupazione (che non consiste in un tasso di disoccupazione nullo ma in un tasso di disoccupazione minimo, ovvero frizionale).

Sebbene alcuni paesi fossero riusciti a raggiungere la piena occupazione, ben presto tutte le economie occidentali si resero conto che questa condizione non era stabile e che il suo raggiungimento sarebbe diventato un'eccezione piuttosto che la regola. In sostanza, senza la piena occupazione una quota crescente della popolazione era necessariamente esclusa dal mercato del lavoro, ovvero l'economia di mercato non era in grado di garantire il diritto al lavoro. Non solo, l'economia di mercato mal digeriva anche i diritti conquistati dalla classe operaia, cosicchè lo Stato sotto la pressione dei sindacati era dovuto intervenire sempre più incisivamente anche nella regolamentazione del mercato del lavoro e nella tutela dei diritti dei lavoratori.

Il fallimento delle politiche economiche tese a garantire la piena occupazione significava che il diritto al lavoro era effettivamente un'utopia oppure che lo Stato, avendo messo il lavoro a fondamento della Repubblica, avrebbe dovuto trovare altri mezzi per garantirlo? Inoltre, le istituzioni pubbliche sarebbero riuscite a contrastare le contraddizioni del mercato del lavoro e le tendenze in atto nell'economia di mercato che già cominciavano a indebolire i diritti conquistati con dure lotte sociali e sindacali dai lavoratori?

Queste domande sono state eluse ma gli Stati occidentali non sono rimasti con le mani in mano e, oltre a cambiare ripetutamente le regole e le tutele del mercato del lavoro con riforme più o meno riuscite, hanno alleviato le sofferenze della popolazione causate dalla cronica carenza di domanda e dalle contraddizioni del mercato del lavoro attraverso lo Stato sociale, cioè attraverso la costruzione di sistemi di protezione sociale sempre più avanzati.

Infatti, la spesa pubblica per la protezione sociale costituisce oggi la quota di gran lunga più consistente della spesa dello Stato, attestandosi in Europa mediamente poco sotto al 20% del PIL.

Il sistema di protezione sociale è costituito da un insieme d'interventi pubblici mirati alla ridistribuzione del reddito orientata da due criteri principali:

  • un criterio di tipo verticale teso a ridistribuire il reddito prodotto dall'individuo in funzione dell'età, per cui attraverso il sistema previdenziale si obbligano i cittadini ad accantonare una quota del reddito prodotto che verrà percepito opportunamente rivalutato sotto forma di pensione, dopo la conclusione della vita lavorativa determinata dal raggiungimento di determinati requisiti stabiliti per legge;
  • un criterio di tipo orizzontale teso a ridistribuire il reddito tra cittadini attraverso l'azione combinata del sistema fiscale e del sistema di assistenza sociale. Attraverso il sistema fiscale orientato da criteri di proporzionalità e progressività i cittadini versano le tasse che per una quota confluiscono in un fondo destinato a finanziare l'assistenza sociale. I fondi stanziati per l'assistenza sociale vengono poi erogati ai cittadini in base a criteri prestabiliti che determinano diverse forme e modalità di erogazione. I parametri utilizzati per stabilire chi e quando assistere, sono: il reddito del nucleo familiare, del singolo, il verificarsi di determinate situazioni soggettive come l'età, la perdita del lavoro, uno stato di malattia anche temporaneo, lo stato di maternità e paternità, il merito negli studi.

L'assistenza sanitaria è invece distinta dal sistema di protezione sociale poiché vi hanno diritto tutti, ovvero l'erogazione delle prestazioni sanitarie non è correlata a situazioni economiche soggettive ma allo stato di salute del cittadino. Tuttavia, quando le prestazioni sanitarie sono erogate in regime di esenzione totale sulla base di criteri di reddito e di età sono assimilabili alle prestazioni del sistema di assistenza sociale.

La correlazione tra lo Stato sociale e le carenze del mercato del lavoro determina la finalità del sistema di protezione sociale, che è quella di stabilizzare il reddito di famiglie e individui le cui capacità lavorative sono compromesse da determinati eventi, o da situazioni di svantaggio, o da situazioni di bisogno, o dallo svolgimento di attività non remunerate ma meritevoli di aiuto economico.

Sembrerebbe quindi che le democrazie occidentali, pur non riuscendo a garantire il diritto al lavoro, abbiano trovato una soluzione agli effetti nefasti della disoccupazione e alle contraddizioni del mercato del lavoro potenziando lo Stato sociale. Però non sono tutte rose e fiori.

Innanzitutto, lo Stato sociale è molto costoso e occorre trovare le risorse per finanziarlo attraverso la fiscalità generale. Inoltre, sia la fiscalità generale che il sistema di protezione sociale risentono di eventuali stagnazioni e recessioni della crescita economica. Pertanto, ammesso che il sistema fiscale e il sistema di protezione sociale siano efficienti, occorre comunque stabilire dei limiti di copertura nel definire le situazioni e le fasce sociali in cui intervenire, mentre nel caso di gravi crisi economiche o lunghe recessioni lo Stato sociale potrebbe non reggere gli effetti della crisi o essere permanentemente ridimensionato.

Invece, nei paesi come l'Italia dove il sistema fiscale non è così efficiente, dove la previdenza sociale è stata troppo a lungo basata sul sistema retributivo invece che contributivo, dove sono state erogate prestazioni previdenziali che più che pensioni sembrano privilegi dell'epoca feudale, dove il sistema assistenziale tende a proteggere anche chi non ne avrebbe bisogno e a lasciare intere fasce sociali senza tutela, dove i giovani non trovano coperture assistenziali o forme di reddito minimo garantito (che tranne in Italia e Grecia sono presenti in tutti gli altri paesi dell’Europa a 28), dove non esiste un effettivo sussidio di disoccupazione universale, il sistema di protezione sociale è sperequativo e inefficiente fallendo così il suo obietttivo fondamentale.

La popolazione italiana ha infatti pagato a caro prezzo l'inefficienza del sistema di protezione sociale, in particolare durante la crisi economica 2008-2014 quando, in seguito ai cambiamenti intervenuti nel sistema produttivo dopo l'adozione dell'euro, l'introduzione della cosiddetta flessibilità nel mercato del lavoro e le ristrutturazioni aziendali successive alle ripercussioni della crisi finanziaria internazionale del 2007, la crisi economica si è avvitata su se stessa a causa del crollo della domanda interna, ovvero dei consumi. Infatti, mentre nel 2010 la crisi economica internazionale era già in via di superamento per la maggior parte dei paesi occidentali, in Italia la situazione economica andava peggiorando e la crisi sarebbe durata ancora a lungo.

Probabilmente, con un sistema di protezione sociale più efficace la crisi dei consumi non ci sarebbe stata o quantomeno non sarebbe stata così grave, poiché pure scontando l'insufficienza dei fondi per l'assistenza sociale occorre considerare la possibilità che gli aiuti assistenziali siano stati mal distribuiti.

Il sistema di protezione sociale italiano appare quindi inadeguato per una economia moderna e globalizzata, dove è fondamentale che il sistema di assistenza sociale abbia come obiettivo primario la stabilità dei consumi delle famiglie, sia quando interviene attraverso la stabilizzazione dei redditi per sanare le carenze e le contraddizioni del mercato del lavoro sia, a maggior ragione, quando interviene a contrastare gli effetti delle crisi economiche.

Ma nonostante lo Stato sociale italiano appaia arretrato e ingessato dagli errori del passato è oggi chiamato, come tutti i sistemi di protezione sociale delle economie occidentali, a compiere ulteriori sforzi per superare le crescenti carenze e contraddizioni del mercato del lavoro.

Ad esempio alcune forze politiche, ispirandosi alle analisi di autorevoli sociologi ed economisti che hanno teorizzato l'ipotesi di svincolare il reddito dal lavoro, avevavo fatto propria la proposta di un reddito di base da erogare attraverso il sistema di assistenza sociale. Tuttavia, questo tipo di soluzioni a carattere universale (cioè indirizzate a tutta la popolazione) non sembrano praticabili, sia per il costo giudicato troppo elevato che per gli effetti indiretti sul mercato del lavoro.

In effetti, i problemi del mercato del lavoro non riguardano solamente la carenza di posti lavoro, cioè la disoccupazione, ma anche la stessa concezione del lavoro inteso come fonte di reddito universale. Infatti, è vero che in determinate condizioni il lavoro può essere una fonte di reddito anche cospicuo, ma è altrettanto vero che storicamente la remunerazione del lavoro tende ad attestarsi su un livello di sussistenza. Esistono insomma tanti tipi di lavoro, mentre alcune prestazioni lavorative possono stare sul mercato perché sono considerate risorse scarse e quindi sono ben retribuite, altre invece sono considerate dal mercato risorse pressoché illimitate ovvero fattori produttivi a bassissimo costo.

Infatti, oggi le risposte alle domande sul mercato del lavoro rimaste insolute negli scorsi decenni sono sotto gli occhi di tutti:

  • l'economia di mercato, nonostante le politiche economiche tese a raggiungere la piena occupazione, non è in grado di garantire il diritto al lavoro nè una retribuzione del lavoro sempre dignitosa, quindi lo Stato se vuole tenere insieme lavoro e reddito dovrà trovare nuove strade e strumenti innovativi;
  • lo Stato incontra sempre più difficoltà nel far effettivamente rispettare a tutti i soggetti economici le regolamentazioni del mercato del lavoro e i diritti dei lavoratori.

Questa la situazione attuale, ma le prospettive sul futuro del lavoro come fonte di reddito universale sono anche peggiori.

Ad esempio, è anacronistico difendere il diritto al lavoro e i diritti dei lavoratori contrapponendosi al capitale (gli investitori) poiché questo ha già preso il volo. Infatti, la crescente e inarrestabile globalizzazione consente una mobilità di capitali e investimenti senza precedenti (per cui le aziende possono stabilire facilmente le unità produttive in paesi a basso costo di mandopera), mentre lo sviluppo tecnologico, in particolare con la robotica avanzata e l'intelligenza artificiale, renderà il lavoro umano sempre meno competitivo sia in termini di produttività che di costo.

Parimenti, non ha senso opporsi alla crescita economica che non crea lavoro o che addirittura lo distrugge, in sostanza alla crescita determinata dallo sviluppo tecnologico nelle economie mature, innanzitutto perché diventerebbe sempre più difficile finanziare lo Stato sociale con la fiscalità generale, poi perché in assenza di crescita il declino non riguarderebbe solo la classe lavoratrice ma tutta la società ed, infine, perché bisognerebbere rinunciare ai vantaggi della diffusione dello sviluppo tecnologico incorporato nei beni e nei servizi.

Inoltre, se si pensa che lo sviluppo economico abbia senso solo quando crea posti di lavoro, si perde di vista un aspetto fondamentale della crescita economica e cioè che questa crea ricchezza e quindi che il problema reale è come raccogliere e ridistribuire la richezza. E' ormai evidente che il mercato del lavoro così come è stato regolamentato fino a oggi sta fallendo questo obiettivo.

In altre parole, il parziale automatismo che si instaurava tra crescita economica, crescita dei posti di lavoro e crescita delle retribuzioni è stato spezzato dall'evoluzione, o involuzione come direbbero alcuni, dell'economia di mercato, per cui ciò che resta di questo parziale automatismo non consente più al lavoro subordinato (e quindi alla lotta di classe prima e alla tutela del lavoro e dei diritti dei lavoratori poi) di essere un metodo efficace di ridistribuzione della ricchezza.

Lo Stato dovrà farsi carico della ridistribuzione della ricchezza con un sistema di protezione sociale sempre più efficiente e con l'aiuto di aziende e investitori che dovranno essere resi consapevoli che eventuali crisi dei consumi nei loro mercati dipenderanno anche dal loro atteggiamento, ad esempio, nei confronti del fisco.

I sistemi di protezione sociale dovranno quindi evolversi ulteriormente, ad esempio, valutando la possibilità di includere il lavoro stesso, ovvero la creazione di parte della domanda di lavoro subordinato, tra gli strumenti di protezione sociale da affiancare alla previdenza e alla assistenza sociale.

Ad esempio, un timido tentativo è stato fatto in Italia con l'introduzione dei lavori socialmente utili (LSU) che non ha avuto molto successo, ma si potrebbe valutare un approccio più radicale come, ad esempio, studiare l'ipotesi di un mercato del lavoro a doppio regime che incuda agevolazioni alle imprese che scelgono il mercato tutelato.

Vota: 
Media: 5 (2 voti)
Temi correlati: