Immigrazione

Immigrazione

L'immigrazione è un tema politico molto divisivo che sollecita l'emotività delle masse e genera spesso reazioni irrazionali. Inoltre, l'Italia si trova in una posizione geografica particolarmente svantaggiata che rende difficile la gestione dei flussi migratori, essendo sia una terra di confine del mondo occidentale e dell'Europa, sia una penisola nel Mar Mediterraneo, un mare relativamente piccolo che i migranti attraversano anche con imbarcazioni di fortuna. Il tema dell'immigrazione si intreccia quindi con il tema degli aiuti umanitari, poiché un paese civile non può ignorare le migliaia di essere umani che rischiano di annegare nel tentativo di raggiungere le sue coste.

Per inciso, vista la criticità della situazione in cui si trova l'Italia in questa epoca attraversata da ingenti flussi migratori, i partiti farebbero bene a non brandire il tema dell'immigrazione per la lotta politica, ad evitare qualsiasi strumentalizzazione e a tranquillizzare i cittadini, ma allo stesso tempo ad agire con fermezza e razionalità per affrontare un problema epocale che rischia di compromettere la difficile situazione sociale del paese, già profondamente diviso su tanti altri temi.

Il tema dell'immigrazione, infatti, merita un'attenzione ed una sensibilità politica particolare, poiché incide profondamente sulla vita quotidiana delle persone, degli immigrati e dei cittadini che dovranno convivere con loro. Il termine giusto è infatti "convivere" e non "accogliere", anche se i mass media, forse condizionati dalla retorica umanitaria, preferiscono usare il termine accoglienza che in qualche modo fa percepire gli immigrati come dei visitatori ed i cittadini come dei bravi padroni di casa.

In linea di massima, una società civile è in grado di accettare migranti nella misura in cui cominciano a diffondersi problemi di convivenza civile tra cittadini e nuovi arrivati. Infatti, se i problemi di convivenza sociale raggiungono una soglia critica, variabile da comunità a comunità e in funzione di diversi fattori, nella comunità si diffonde una percezione negativa dei migranti oppure si confermano eventuali pregiudizi e si consolida così un atteggiamento di rifiuto generalizzato ed indistinto, per cui la comunità orienterà il suo comportamento ad evitare qualsiasi forma di convivenza con i migranti con tutto ciò che ne consegue sul piano dell'integrazione.

Inoltre, le fasce sociali che per le più svariate ragioni, spesso per disagi economici, saranno costrette alla convivenza forzosa reagiranno sviluppando sentimenti di xenofobia e di razzismo, che propaganderanno come sfogo per una situazione ritenuta intollerabile ma dalla quale non possono uscire. Naturalmente, questi fenomeni di xenofobia che potremmo definire di razzismo sociale acquisito non escludono affatto la presenza nelle comunità del razzismo come atteggiamento psicologico individuale, ma ad esso si somma e lo amplifica.

Occorre tener presente che la concentrazione di immigrati su un territorio circoscritto o la formazione di comunità di soli immigrati non escluderebbe a priori la convivenza con i cittadini, ad esempio nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle aree pubbliche, mentre le interazioni a livello di comunità sarebbero più o meno simili alle dinamiche interne di una comunità. Tuttavia se i nuovi arrivati si inseriscono in comunità di immigrati non sufficientemente o affatto integrate, il processo di integrazione fallirà o richiederà più tempo a condizione che lo Stato, ad esempio con i servizi sociali, intervenga direttamente con specifici programmi.

La conferma che le società occidentali non abbiano sempre reagito positivamente ai flussi migratori, in particolare quando l'intensità di questi flussi ha superato le capacità di assimilazione delle comunità di arrivo, è data dalla formazione, soprattutto nelle grandi città, di interi quartieri abitati esclusivamente da immigrati, sostanzialmente nuovi ghetti dove gli immigrati vivono in una situazione di quasi isolamento dal resto della società, con i tutti i problemi che ne conseguono sul piano culturale, sociale, dell'ordine pubblico e della sicurezza. Infatti, un aspetto inquietante che accomuna questi nuovi ghetti in qualsiasi paese essi si trovino è l'arretramento della presenza dello Stato, sostituito dalla vigenza di regole, a volte illegali, derivate dai costumi sociali di origine e di una organizzazione sociale autonoma che contrasta apertamente con il contratto sociale alla base di ogni ordinamento statale. Si tratta di un fenomeno che alcune grandi città degli Stati Uniti hanno già vissuto nel secondo dopoguerra e che, oltre a caratterizzare il grado ed il modello di integrazione sociale, ha richiesto molti decenni ed un notevole sforzo sul piano dell'ordine pubblico e della sicurezza per essere governato, costituendo una fonte di ispirazione per molta filmografia hollywoodiana. Situazione analoghe, ma contemporanee, possono essere riscontrate, ad esempio, nelle banlieue parigine anch'esse fonte di ispirazione per il cinema, oppure in quartieri alla periferia di Bruxelles e di Stoccolma, come evidenziato da alcune inchieste giornalistiche, successivamente agli attentati terroristici di matrice islamista che hanno colpito l'Europa.

Le integrazioni sociali ben riuscite, invece, non creano tensioni eccessive all'interno delle comunità, non creano isolamento o reazioni tendenti all'isolamento, ma nei contesti più favorevoli, dove il rispetto delle regole di convivenza civile riesce ad arginare le angoscie che si insinuano tra i membri delle comunità e, contemporaneamente, la crescita economica riesce a garantire opportunità per tutti, si formano società multietniche e comunità aperte e cosmopolite.

In sintesi, il tema della convivenza sociale tra popolazione residente ed immigrati, senza la quale non può esserci integrazione, è la cartina di tornasole che dovrebbe guidare le scelte sulle politiche dell'immigrazione. La politica dovrebbe contemperare le esigenze delle comunità con le esigenze di gestione dei flussi migratori, proprio al fine di evitare che le comunità stesse chiudano la porta ad ogni possibilità di integrazione. La persistenza di un flusso migratorio, non assimilato dalle comunità attraverso l'integrazione, espone la società civile a rischi progressivamente sempre più ampi, che nello specifico riguardano l'ordine pubblico e la sicurezza, il conflitto sociale e più in generale la disgregazione sociale conseguente alla perdita della identità culturale delle comunità.

Da questa introduzione emergono due aspetti fondamentali da approfondire: il concetto di convivenza sociale e la gestione dei flussi migratori.

Convivenza sociale significa anche condivisione, quindi condivisione di spazi (territorio, infrastrutture, aree pubbliche e private ad accesso pubblico o condiviso) e di servizi pubblici e privati. Convivenza sociale significa anche rispetto e adattamento reciproco, con l'evidenza che il rapporto tra cittadini e immigrati non è paritario, poiché l'immigrato ha l'obbligo di adattarsi alla organizzazione civile, alle leggi e in una certa misura alle abitudini e alla cultura dei cittadini. In altre parole, l'impegno richiesto agli immigrati per una convivenza civile è di gran lunga maggiore rispetto a quello richiesto ai cittadini. Ovviamente, anche ai cittadini è richiesto un adattamento ed è proprio questo aspetto che, sommandosi alle qualità degli immigrati, determina il numero di nuovi arrivi che è possibile integrare in una società civile. La capacità di adattamento dei cittadini dipende, infatti, da diversi fattori, tra cui:

  • una situazione di disagio economico e sociale preesistente all'arrivo degli immigrati;
  • la disgregazione o la fragilità culturale della comunità dei cittadini, che favorisce l'insorgenza di angosce collettive o il timore di perdere la propria identità culturale;
  • la percezione di un sovraffollamento di immigrati rispetto alla popolazione residente;
  • la percezione di mancanza di legalità nei comportamenti degli immigrati e di situazioni di disordine (accampamenti di fortuna, occupazioni abusive, assembramenti in luoghi pubblici, etc.);
  • la percezione di una crescita dei disservizi a causa delle nuove presenze nel quartiere e nella comunità (trasporti pubblici, nettezza urbana, etc.);
  • la difficoltà di percezione del contributo dei lavoratori immigrati all'economia del paese o la percezione degli immigrati come concorrenti sul mercato del lavoro;
  • un isolamento degli immigrati rispetto alla comunità di cittadini.

Mentre, tra le qualità degli immigrati che incidono sulla convivenza civile è possibile annoverare, ad esempio:

  • l'effettiva volontà dell'immigrato di inserirsi in un ordinamento sociale diverso da quello di origine;
  • il grado di conoscenza e l'accettazione delle leggi e delle regole della comunità di arrivo;
  • le capacità lavorative e di ricerca di una occupazione legale;
  • le capacità di adattamento ad un contesto di regole e di legalità probabilmente più stringente rispetto al paese di origine;
  • la persistenza di incompatibilità culturali nella comunità di origine.

Occorre, infatti, prendere atto che gli immigrati non sono tutti uguali e che lo Stato, diversamente dai medici e più in generale dalle ONG che hanno il dovere di curare e aiutare tutti, ha anche il dovere di non esporre i cittadini ai potenziali rischi, ad esempio sanitari e di sicurezza, di una immigrazione fuori controllo.

Nei confronti degli immigrati, invece, lo Stato ha il dovere di proteggerli da possibili situazioni di sfruttamento e di degrado che si generano in contesti carenti di legalità e di metterli nelle condizioni di potersi integrare.

Lo Stato, quindi, proprio per poter garantire ai migranti condizioni favorevoli all'integrazione e per prevenire un degrado delle condizioni di vita dei cittadini e degli stessi migranti già integrati, deve gestire i flussi migratori, stabilendo innanzitutto attraverso opportune valutazioni di merito la quantità di nuovi arrivi che le comuntà sul territorio sono in grado di integrare. Si tratta ovviamente di una valutazione complessa di politica interna che dipende da diversi fattori economici e sociali, senonché questo tipo di valutazioni e l'imposizione di un limite al flusso di migranti viene contestata da più parti, perché le migrazioni hanno assunto la caratteristica di vere e proprie emergenze umanitarie di cui i paesi ricchi dovrebbero farsi carico.

Tuttavia, anche se non si può negare che le migrazioni siano sempre meno volontarie e sempre più determinate da eventi tragici, anche se le modalità con le quali si svolgono le migrazioni sono sempre più assimilabili a catastrofi umanitarie, l'immigrazione incontrollata non è una soluzione plausibile per le emergenze umanitarie.

Di fatto, la commistione tra immigrazione ed emergenze umanitarie è favorita:

  • dai salvataggi in mare dei migranti che attraversano il mare con imbarcazioni non adeguate;
  • dalle condizioni disumane in cui versano i migranti nei campi di smistamento situati presso coste e confini;
  • dalla necessità di rispettare le convenzioni internazionali sui diritti umani e la costituzione italiana che garantiscono il diritto d'asilo ad una determinata categoria di migranti che, per inciso, rappresenta una quota consistente dei flussi migratori.

In sintesi, la parziale sovrapposizione del tema degli aiuti umanitari, dell'immigrazione e dei diritti umani rischia di generare confusione nella politica e di determinare una forzatura delle politiche sull'immigrazione che non dovrebbero essere confuse con le politiche sugli aiuti umanitari.

A questa confusione si aggiungono le oggettive difficoltà che l'Italia ha, per la sua collocazione geografica, nella gestione dei flussi migratori che hanno come meta tutta l'Europa, poiché non avendo confini terrestri il controllo delle vie di accesso per l'immigrazione è molto complicato e dispendioso. Infatti, non potendo controllare adeguatamente le frontiere arrivano sul territorio italiano più immigrati di quanti l'Europa ne possa accettare, determinando così l'esigenza di attuare i cosiddetti respingimenti (cioè rimandare indietro i migranti) che comportano un ulteriore impegno organizzativo e finanziario. A questo impegno vanno inoltre aggiunte le risorse necessarie alla gestione dei migranti richiedenti asilo e dei rifugiati, per i quali bisogna accertare l'esistenza dei requisiti per il riconoscimento del diritto d'asilo ed accordare una corsia preferenziale di collocamento pro quota in Italia e negli altri Stati europei.

Solo recentemente le istituzioni europee hanno riconosciuto l'enorme aggravio di costi e di impegno che la gestione dei flussi migratori comporta a paesi come l'Italia e la Grecia che non hanno confini terrestri facilmente controllabili.

Resta, tuttavia, aperto il problema degli aiuti umanitari ai migranti che rischiano di morire in mare e nei campi di smistamento presso le coste di partenza. Da un lato, infatti, occorre fermezza nello stabilizzare vie d'accesso preferenziali e controllate verso le coste italiane, sia per evitare che i migranti si buttino in mare nella speranza di garantirsi l'accesso, sia per non avallare l'utilizzo di vie d'accesso alternative a chi sfrutta economicamente l'emigrazione, sia per non permettere che le vie d'accesso siano in balia di eventi atmosferici o altre variabili esterne, nonchè di soggetti terzi come, ad esempio, gli scafisti, gli Stati da dove salpano i natanti, le ONG. Dall'altro lato occorre intervenire con ingenti aiuti umanitari sia per alleviare le sofferenze dei migranti giunti sulle coste di partenza verso l'Italia, sia per favorire la pace, la stabilità e lo sviluppo economico nei paesi di origine del flusso migratorio verso l'Europa, anche se per avvicinarsi a questo obiettivo sarebbe necessaria la forza di una Europa unita anche sotto l'aspetto politico.

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