Difesa

Drone Predator

La difesa dello Stato non è un tema popolare tra i cittadini delle democrazie occidentali, a meno che la discussione non verta sulla spesa pubblica o su eventuali tagli al settore della difesa. Questa sorta di rimozione psicologica del tema della difesa sembra motivato da due ragioni in parte contrapposte: da un lato la difesa dello Stato viene automaticamente associata alle forze armate, alle operazioni militari e alla guerra per cui scatta una sorta di avversione nei confronti di questo tema da parte dei pacifisti ma anche di buona parte di coloro che si soffermano a riflettere sugli orrori e sulle devastazioni provocate dai conflitti armati; dall'altro lato le nuove generazioni considerano la guerra un problema che non può più riguardarli da vicino, perché psicologicamente distanti dalla seconda guerra mondiale (l'ultimo conflitto in cui i cittadini hanno vissuto le devastazioni della guerra in casa propria), perché i mass media non alimentano più la paura della terza guerra mondiale come all'epoca della guerra fredda, perché giudicano impossibile un eventuale coinvolgimento della popolazione in un vero e proprio conflitto armato ed in ultima analisi perché vivono la guerra come un prodotto mediatico fruito attraverso la televisione, il cinema ed i videogiochi.

Eppure l'idea di guerra che le nuove generazioni hanno assimilato, come evento distante, è in parte corretta. Infatti, una delle strategie di difesa adottate dai paesi occidentali consiste nella prevenzione o anche nella cosiddetta guerra preventiva, ovvero impedire preventivamente che un eventuale conflitto armato possa coinvolgere i propri territori, agendo altrove ed in anticipo in modo da allontanare il più possibile eventuali conflitti dalla porta di casa. Infatti, il sistema militare occidentale ha sviluppato delle capacità specifiche, in particolare con l'aeronautica naturalmente dotata di velivoli ed armi in gado di colpire a grandi distanze, sistemi balistici a lunga gittata, sofisticati sistemi satellitari e gli ormai tristemente famosi droni militari.

Queste strategie militari di intervento in paesi lontani, assieme alle cosiddette missioni di pace, cioè interventi militari finalizzati alla conservazione o al ripristino della pace in zone a rischio o sconvolte da conflitti armati, nonché altre forme di intervento militare comunque giustificate, sono state spesso accusate di essere una delle cause del terrorismo internazionale e degli attentati compiuti ai danni della popolazione civile dei paesi occidentali.

Premesso che negli Stati democratici la prevenzione degli attentati e la lotta al terrorismo internazionale sono generalmente di competenza delle forze di polizia e di reparti adibiti all'ordine pubblico e sicurezza (il dispiegamento di militari come misura eccezionale è in effetti scarsamente efficace poiché il nemico da combattere non è un esercito), nel dibattito politico che precede eventuali autorizzazioni per la partecipazione ad interventi militari, o anche per il semplice sostegno ad interventi militari sotto altra bandiera, le possibili connessioni con eventuali ritorsioni di carattere terroristico costituiscono sempre oggetto di attenta analisi assieme ad altre valutazioni.

Tuttavia il coinvolgimento dell'opinione pubblica nelle decisioni di merito sulla partecipazione ad interventi militari o sul supporto logistico ad interventi militari è abbastanza infrequente, e quando ciò accade si tratta spesso di un coinvolgimento di facciata, essendo questo genere di decisioni nella maggior parte dei casi la conseguenza operativa della partecipazione ad alleanze militari o il frutto dell'esecuzione di accordi multilaterali ai quali sarebbe complicato sottrarsi. Infatti la difesa dello Stato è sempre più una questione di strategie ed alleanze internazionali che vengono decise dalla diplomazia in un quadro mutevole di equilibri geopolitici.

L'Italia è infatti un membro fondatore della NATO (North Atlantic Treaty Organization), l'Organizzazione del Trattato dell'Atlantico del Nord, istituita con il trattato del Patto Atlantico, il 4 aprile 1949 a Washington, D.C. per avviare una collaborazione internazionale nel settore della difesa tra i paesi occidentali che, dopo la fine della seconda guerra mondiale, temevano che le tensioni con l'Unione Sovietica potessero sfociare in conflitti armati mirati ad espandere l'ideologia comunista con la forza.

Dopo la caduta del muro di Berlino e la fine dell'Unione Sovietica la NATO ha modificato i suoi obiettivi, conservando il suo ruolo di riferimento per la collaborazione militare volontaria tra Paesi aderenti, e si è resa disponibile ad attuare militarmente le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell'ONU, o ad imporre con la forza quando necessaria il rispetto della Carta dell'ONU e delle norme e convenzioni di diritto umanitario e di diritto bellico.

Attualmente sono 29 gli Stati che aderiscono alla NATO che, oltre alla gestione della collaborazione sul piano meramente militare, costituisce il fulcro di una collaborazione politica tra gli Stati membri sulle diverse implicazioni di politica estera, concordemente a quanto già accennato riguardo il ruolo delle diplomazie. Infatti, la NATO si è dotata di una organizzazione interna che prevede accanto alla struttura militare una struttura politica a cui è assegnato un ruolo preminente.

Per migliorare le relazioni internazionali e poter agire all'unisono in caso di emergenza anche l'Unione Europea ha avviato una strategia di integrazione per una difesa comune europea, poiché le minacce alla pace hanno assunto sempre più le caratteristiche di minacce globali che richiedono soluzioni globali.

Infatti, se è vero che la possibilità di una nuova guerra sul suolo occidentale è vissuta dai cittadini come una eventualità quasi impossibile o addirittura come un prodotto mediatico, se è vero che l'eventualità di una terza guerra mondiale non genera più l'angoscia tipica del periodo della guerra fredda, è anche vero che proprio la fine dell'era delle due superpotenze contrapposte con l'emergere di nuove superpotenze e l'accresciuto numero di paesi dotati di armi nucleari, rendono concreto il rischio di nuove guerre dagli effetti globali devastanti. Sono infatti attentamente monitorati alcuni paesi non proprio democratici e dotati di notevole potenziale bellico che preoccupano la politica e le diplomazie degli Stati occidentali.

Occorre infine considerare il crescente contributo delle forze armate negli interventi di aiuto umanitario a supporto delle popolazioni colpite da calamità ed emergenze e nelle operazioni di ordine pubblico con compiti di prevenzione e repressione, come il pattugliamento nelle città in prossimità di obiettivi sensibili ad attacchi terroristici ed in mare per garantire la sicurezza delle comunicazioni marittime e contrastare i traffici illeciti incluso quello dei migranti.

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