Crescita economica

Grafico crescita

Il tema della crescita economica suscita una certa apprensione nelle democrazie occidentali ed in particolare in Italia. Nonostante i sostenitori della teoria della decrescita abbiano criticato la crescita economica come modello alla base dell'economia di mercato, nella sostanza questo modello rappresenta tuttora il metodo principale per misurare le variazioni del grado di benessere economico di una popolazione. Banalmente, se c'è crescita economica significa che nel medio-lungo periodo la popolazione starà meglio, mentre se non c'è crescita perché l'economia è in stagnazione o in recessione (cioè è ferma o in contrazione) il benessere della popolazione è già in diminuzione.

Il tema della crescita economica è parte del più ampio concetto di sviluppo economico che considera una gamma più ampia di indicatori statistici per misurare sia il grado di sviluppo di una economia che la qualità della vita della popolazione (cioè le rilevazioni includono anche aspetti qualitativi e i mutamenti delle caratteristiche del sistema economico). La crescita economica, invece, si sofferma essenzialmente su aspetti quantitativi, quali la crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) per abitante. Generalmente la crescita economica determina lo sviluppo.

In sostanza, il benessere della popolazione dipende dalla crescita economica che rappresenta la misura della crescita della ricchezza. E' una misurazione della crescita della ricchezza complessiva che non tiene conto né della distribuzione della ricchezza né della distribuzione delle sue variazioni positive o negative. In pratica, possono esserci fasce di popolazione che impoveriscono anche in presenza di una forte crescita economica, così come fasce di popolazione che arricchiscono in una fase di recessione economica. Ma è pur vero che in generale le famiglie hanno maggiori probabilità di conservare o migliorare il proprio tenore di vita quando c'è una crescita economica sostenuta, mentre il rischio di veder deteriorare le proprie condizioni di vita aumenta sensibilmente in assenza di crescita o durante una fase di recessione.

La crescita economica dovrebbe quindi essere considerata come una condizione necessaria per il mantenimento ed eventualmente per il miglioramento del benessere della popolazione. Ed in effetti diverse teorie e modelli economici sostengono che un sistema economico chiuso, nel lungo periodo, cresce automaticamente a causa del progresso tecnologico, cioè la crescita economica è insita nel sistema e non dipende da altre variabili. In altre parole: se l'economia funziona deve crescere o, al contrario, se l'economia non cresce vuol dire che è malata, che non sta funzionando come dovrebbe.

Ma le ragioni per cui una economia dovrebbe avere un tasso di crescita positivo sono molteplici, in particolare se si tratta di un sistema economico aperto e quindi soggetto alle tensioni generate dal commercio e dalla competizione internazionale. Ad esempio, la mancanza di crescita di un'economia matura potrebbe comprometterne l'equilibrio rendendola più fragile ed esposta agli shock economici provenienti dall'esterno a causa della globalizzazione.

Anche gli effetti socio-economici della crescita costituiscono di per sè una buona motivazione per preservare un tasso di crescita dell'economia positivo. Infatti, poiché la fiducia e le aspettative esercitano un ruolo fondamentale sull'andamento dell'economia, una buona crescita economica genera un clima favorevole e delle aspettative positive sugli investimenti che richiamano nuovi investitori e creano un circolo virtuoso. Al contrario, una recessione economica riverbera e amplifica i suoi effetti negativi allontanando gli investitori e determinando un avvitamento su se stessa della crisi economica. Infatti, la crescente globalizzazione dei mercati finanziari e la mobilità dei capitali tende a favorire gli investimenti nei paesi con un alto tasso di crescita.

Da una prospettiva di politica interna la crescita economica rappresenta un volano senza il quale diventa molto difficile attuare politiche ridistribuitive della ricchezza, riduzioni della spesa pubblica e della pressione fiscale ed, in generale, tutte quelle riforme che potrebbero avere effetti recessivi sull'economia.

Sostenere la crescita economica è quindi un obiettivo politico fondamentale per qualsiasi governo democratico, così come in caso di stagnazione o recessione dell'economia diventa una prorità assoluta riconquistare un tasso di crescita positivo il più velocemente possibile. La permanenza di una nazione in una condizione di grave recessione economica per lunghi periodi di tempo potrebbe addirittura compromettere la tenuta delle sue istituzioni democratiche, come dimostrato da situazioni politiche ricorrenti nel corso della storia degenerate a causa di crisi economiche.

La crescita economica costituisce una variabile importante di altri temi politici, tra cui assume particolare rilievo il tema del mercato del lavoro e della protezione sociale. Infatti, l'assenza di crescita economica si associa quasi sempre ad una crescita della disoccupazione, in particolare di quella giovanile, determinando contemporaneamente una espansione degli interventi del sistema di protezione sociale che, in caso di recessione economica grave e persistente, potrebbe diventare insostenibile. Tra gli effetti sul mercato del lavoro di una prolungata stagnazione o recessione occorre, inoltre, annoverare il probabile degrado delle condizioni di lavoro e dei diritti dei lavoratori.

La gestione degli interventi atti a stimolare o far ripartire la crescita economica è quindi diventato uno dei principali compiti degli Stati moderni, che a partire dal secondo dopoguerra hanno generalmente adottato politiche economiche improntate alla teoria keynesiana. Questa teoria assegna all'intervento statale e alla spesa pubblica un ruolo decisivo nel sostenere la crescita economica attraverso l'espansione della domanda aggregata. Questa teoria rivista in alcuni suoi aspetti risulta valida ancora oggi.

Gli investimenti pubblici e privati costituiscono il fattore propulsivo principale dei sistemi economici, poiché attraverso gli investimenti in senso lato le economie possono sia espandere i propri fattori produttivi che introdurre innovazioni tecnologiche nei processi. Come precedentemente accennato, le innovazioni tecnologiche sono in grado di determinare crescita economica anche a parità di risorse impiegate poiché determinano una crescita della produttività, cioè un accrescimento dell’efficienza del processo produttivo.

Per inciso, occorre evidenziare come le innovazioni tecnologiche e di processo possano generare una crescita della ricchezza complessiva che non viene automaticamente trasferita alla maggior parte della popolazione, anzi potrebbe accadere il contrario per cui diventa fondamentale la funzione ridistributiva dello Stato (che deve intervenire per eliminare le distorsioni generate sia da una distribuzione della ricchezza troppo squilibrata che da meccanismi di ridistribuzione inefficaci).

Per far crescere gli investimenti e stimolare la crescita economica gli Stati moderni hanno messo a punto una serie di strumenti che sono essenzialmente di tre tipi:

  • le politiche monetarie
  • le politiche fiscali
  • le riforme strutturali

Le politiche monetarie sono state tradizionalmente lo strumento di economia politica maggiormente utilizzato in Italia, almeno fino all'adesione al Sistema Monetario Europeo e all'adozione delle moneta unica. Esse consistono nell'utilizzare la gestione della moneta per favorire la crescita economica. Ad esempio in Italia, per favorire le esportazioni è stata molto utilizzata la svalutazione competitiva della Lira attraverso l'immissione di liquidità nel sistema economico, che però ha generato crescita dell'inflazione e innalzamento dei tassi d'interesse. La modulazione del tasso d'interesse interbancario è stata invece utilizzata dalle banche centrali per stimolare la crescita economica abbassando il costo del denaro (per cui è possibile reperire i capitali da investire a costi minori) o, al contrario, alzando il costo del denaro per tenere sotto controllo l'inflazione.

Con la creazione della moneta unica europea, gli Stati membri dell'UE hanno demandato la gestione della politica monetaria alle istituzioni europee e nello specifico alla BCE (Banca Centrale Europea), da un lato rinunciando alle possibilità che la gestione autonoma della moneta consente, dall'altro guadagnando stabilità monetaria e libera circolazione delle merci e dei servizi. In effetti, la BCE ha messo in campo politiche monetarie espansive sia attraverso operazioni di rifinanziamento a lungo termine (LTRO) a partire dal 2011, sia attraverso operazioni di Quantitave Easing a partire dal 2015 (il QE è uno strumento non convenzionale di politica monetaria che sostituisce il classico abbassamento dei tassi d'interesse, essendo questi già molto bassi), ma l'efficacia di questi interventi non può essere la stessa per tutti gli Stati membri, poiché la crescita economica dei singoli paesi resta subordinata alla rimozione di eventuali ostacoli agli investimenti presenti all'interno dei singoli sistemi economici e alle diverse politiche fiscali.

Le politiche fiscali consistono in interventi dello Stato che agiscono sul bilancio pubblico, sia nel senso di una sua riduzione attraverso la diminuzione della pressione fiscale (teoricamente un sostanzioso abbassamento delle tasse farebbe crescere gli investimenti), sia nel senso di una espansione della spesa pubblica finanziata attraverso un aumento del debito pubblico (o della pressione fiscale che in tal caso potrebbe erodere i benefici dell'aumento di spesa). L'aumento della spesa pubblica, che consiste anche di investimenti diretti, fa crescere la domanda aggregata che a sua volta fa aumentare gli investimenti pubblici e privati. Rientrano in questa categoria anche le agevolazioni e gli incentivi concessi a determinati settori o territori, che tuttavia quando configurano "aiuti di Stato" sono in gran parte vietati dai regolamenti dell'Unione Europea, poiché questa finanzia direttamente attraverso i fondi strutturali e di investimento europei lo sviluppo delle aree svantaggiate al fine di favorire la coesione economica, sociale e territoriale dell'UE.

Considerando i livelli già eccessivi della pressione fiscale e del debito pubblico in Italia, un eventuale intervento statale di espansione della spesa pubblica per stimolare gli investimenti e la crescita è da considerarsi impraticabile, anche perché la "roadmap" verso una maggiore integrazione europea impone il rispetto dei regolamenti e dei vincoli di bilancio stabiliti per tutti i paesi dell'UE, tra cui la progressiva riduzione del debito pubblico per i paesi con un rapporto debito/pil maggiore del 60%. D'altro canto una sostanziosa riduzione della pressione fiscale, per quanto auspicabile e in qualche misura anche necessaria per allineare il fisco italiano a quello degli altri paesi europei, comporterebbe tagli immediati alla spesa pubblica che avrebbero un forte impatto recessivo sull'economia.

Le riforme strutturali consistono in interventi normativi dello Stato finalizzati, da un lato ad aumentare la produttività del settore pubblico e di settori privati regolamentati da norme statali inefficienti o inefficaci, dall'altro a migliorare il contesto ambientale in cui si trova ad operare l'impresa rendendolo più attraente per gli investitori. Ad esempio, è possibile migliorare il contesto ambientale in cui operano le imprese intervenendo sull'organizzazione dei trasporti e la gestione delle infrastrutture di comunicazione, sulla prontezza della giustizia, sulla lotta alla corruzione e sulla sicurezza delle cose e delle persone, sulla semplificazione e la velocizzazione delle procedure burocratiche, sull'istruzione e la mobilità del capitale umano, etc. Attraverso interventi normativi di riorganizzazione e di riforma diventa possibile innalzare la produttività complessiva del sistema economico e generare crescita economica senza necessariamente accrescere la spesa pubblica. Le riforme strutturali necessitano tuttavia di un certo lasso di tempo per produrre i loro effetti.

Sul piano delle riforme l'Italia ha molti settori in cui poter migliorare essendo rimasta abbastanza indietro rispetto ai paesi europei più evoluti, come testimoniano gli indici di produttività italiani addirittura inferiori alla media europea. La crescita economica dell'Italia dovrebbe quindi essere sostenuta da un ambizioso programma di riforme strutturali, senonché il principale motore delle riforme, il potere legislativo, appare inconcludente e impantanato in inutili conflitti politici. Nel Parlamento italiano raramente si concretizzano iniziative legislative di riforma lasciando questo compito quasi esclusivamente nelle mani del Governo, organo titolare del potere esecutivo sul quale di fatto si appuntano le speranze dei cittadini italiani. E' paradossale che le istituzioni politiche che dovrebbero spingere le riforme costituiscano in realtà il principale ostacolo da superare per varare le riforme strutturali a favore della crescita.

Oggi, stimolare la crescita economica in questo contesto istituzionale, nel quadro dei regolamenti e dei vincoli di bilancio pubblico dell'Unione Europea e delle tensioni provocate dalla crescente globalizzazione e dalla mobilità dei capitali, non è certamente un'impresa facile. Purtroppo negli anni immediatamente successivi all'adozione dell'Euro la politica italiana ha perso il treno delle riforme, lasciando sfumare le opportunità che l'adesione all'euro poteva offrire, anzi non è stata nemmeno in grado di difendere adeguatamente specifici interessi italiani nelle sedi istituzionali europee, ad esempio per quanto riguarda l'agricoltura, le produzioni tipiche e il "made in Italy".

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