Liberismo e politiche economiche di sinistra

Rivoluzione industriale - Heyenbrock 1890

Rivoluzione industriale - Heyenbrock 1890
The casting of iron in blocks (1890)

Ogni volta che in Italia si forma un governo sostenuto da partiti di sinistra gli viene mossa la critica di non essere capace di attuare una vera politica economica di sinistra. Ma nell'era del capitalismo globale in cosa dovrebbe consistere una politica economica di sinistra?

Si potrebbero rispolverare le teorie e i concetti dello stato sociale, ovvero della riduzione delle disuguaglianze attraverso il cosiddetto "welfare state", dell'economia sociale di mercato, ovvero dell'intervento dello Stato ogni qualvolta le forze di mercato alterano la giustizia sociale, delle politiche economiche keynesiane, ovvero della necessità dell'intervento pubblico per sostenere la domanda aggregata, ma si tratta di teorie e concetti che non possono essere considerati patrimonio esclusivo della sinistra.

La maggior parte dei politici di sinistra piuttosto che definire chiaramente in cosa dovrebbe consistere una politica economica di sinistra ricorrerebbe ad un artificio retorico basato sulla contrapposizione tra politiche economiche di sinistra e politiche di carattere liberista di cui il governo è puntualmente accusato di essere il portavoce.

In sostanza, la critica ai governi di sinistra che non sarebbero capaci di attuare una politica economica di sinistra viene esplicitata attraverso una critica all'azione di governo assimilata, a torto o a ragione, alle politiche liberiste, dove per liberismo si intende un sistema di governo dell'economia in cui le decisioni fondamentali sono prese dagli operatori privati - dal libero mercato - e l'intervento dello Stato è nullo o comunque molto limitato.
Tra le critiche al liberismo vengono poi annoverati anche gli aspetti negativi della globalizzazione e della libertà di movimento dei capitali internazionali, poichè le teorie sulla libertà degli scambi internazionali vengono assimilate al liberismo (per un esempio di critiche al liberismo da sinistra consulta questo link).

Il complesso argomento della politica economica, che in realtà si basa su modelli matematici e studi da premio nobel, viene semplificato dalla comunicazione politica italiana attraverso la contrapposizione di teorie economiche a loro volta semplificate e cariche di simboli e luoghi comuni: le teorie economiche "liberiste" sono contrapposte alle teorie economiche stataliste o interventiste che professano l'intervento dello Stato nell'economia.

Questa contrapposizione che ha senso da un punto di vista storico diventa fuorviante quando riproposta nella realtà politica contemporanea, poichè introduce nel dibattito politico una distorsione che è stata spesso utilizzata dai partiti di sinistra per demonizzare il libero mercato e dai partiti di destra per demonizzare l'intervento dello Stato nell'economia.

Infatti, la contrapposizione viene resa estrapolando la teoria liberista dal suo contesto storico, addebitando al liberismo lo sfruttamento e le ingiustizie sociali nei paesi capitalisti, evocando il dualismo tra capitalismo e socialismo, tra proprietà privata e proprietà pubblica, tra interessi particolari e interessi generali.

Il liberismo diventa così sinonimo di capitalismo selvaggio, di una economia di mercato senza regole dove vige la legge del più forte, della globalizzazione che grazie alla libertà di movimento dei capitali consente all'establishment economico di privilegiare gli interessi del capitale finanziario a discapito degli interessi dei cittadini.

Dall'altro lato l'intervento dello Stato viene assimilato al socialismo, risultando quindi talmente enfatizzato da coincidere con l'acquisizione della proprietà dei mezzi di produzione, infatti nel socialismo la proprietà dei mezzi di produzione è esclusivamente dello Stato e non esiste libero mercato.

Per inciso, il socialismo si contrappone al capitalismo dove invece vige il libero mercato e lo Stato non può generalmente detenere la proprietà dei mezzi di produzione, mentre tra i due estremi si colloca la socialdemocrazia che prevede sia il libero mercato che la possibilità per lo Stato di essere proprietario di mezzi di produzione.

Il punto è che attraverso queste estremizzazioni i poteri regolamentari dello Stato sull'economia, pur molto forti anche nelle economie prevalentemente capitaliste, passano in secondo piano e vengono sottovalutati.

Ed infatti, essendo l'Italia una socialdemocrazia, il dibattito politico italiano relativo all'intervento dello Stato nell'economia è stato spesso monopolizzato da discussioni sulla proprietà pubblica e sulle privatizzazioni ovvero sulla proprietà dei mezzi di produzione, mentre è stata tralasciata la questione delle liberalizzazioni che invece chiamano in causa il potere regolamentare dello Stato, un potere di cui in Italia forse si abusa considerato il numero spropositato di leggi e regolamenti che soffocano l'economia.

In origine, la teoria liberista sosteneva che un sistema economico era in grado di determinare automaticamente, quindi senza alcun intervento da parte dello Stato, la migliore allocazione possibile delle risorse per accrescere il benessere del maggior numero possibile di individui (per una rassegna del pensiero liberista nonchè del suo rapporto con il liberalismo politico consulta questo link). Tuttavia, il liberismo classico è una teoria che ha avuto una collocazione precisa nella storia del pensiero economico, essendo nata come reazione ad un contesto in cui l'economia era fortemente imbrigliata da usi e costumi, addirittura risalenti al periodo feudale, che ostacolavano pesantemente il libero mercato.

Infatti, nel corso della storia il liberismo assoluto del "laissez-faire" non è mai stato applicato nei paesi capitalisti che, al contrario, hanno progressivamente sviluppato un sistema di regole di mercato teso a favorire lo sviluppo della concorrenza ed a contrastare i monopoli naturali. Ad esempio, le leggi antitrust e le istituzioni per la regolamentazione dei mercati sono nate proprio negli Stati capitalisti. Tuttavia, l'associazione tra liberismo e capitalismo e tra interventismo (o statalismo) e socialismo (o collettivismo) ha determinato che nell'immaginario collettivo il liberismo fosse etichettato come una teoria economica di destra e l'interventismo dello Stato fosse considerato una prerogativa della sinistra.

In sintesi, alla sinistra spetterebbe il monopolio delle politiche economiche espansive, delle politiche fiscali di redistribuzione della ricchezza tra la popolazione, della diminuzione delle disuguaglianze sociali, delle politiche keynesiane di aumento della spesa pubblica, delle politiche tese ad una sempre più stringente regolamentazione dell'economia. Alla destra, invece, spetterebbe il monopolio delle politiche di deregolamentazione dell'economia, delle privatizzazioni, delle politiche restrittive della spesa pubblica, della riduzione delle tasse, della conservazione delle disuguaglianze sociali come stimolo per la crescita economica degli individui (una interpretazione reazionaria della mobilità sociale e del cosiddetto "sogno americano").

Queste tesi, oltre che poggiare su una visione della realtà economica contemporanea distorta, sono state anche smentite dai fatti quando, durante gli ultimi decenni di politica economica in Italia, governi di destra hanno attuato politiche economiche espansioniste e stataliste, mentre governi di sinistra hanno adottato politiche restrittive, privatizzazioni e qualche liberalizzazione. Ma si può anche rilevare come i governi di destra non abbiano abbassato la pressione fiscale o snellito la burocrazia, mentre i governi di sinistra non siano pervenuti ad una più equa distribuzione della ricchezza o ad una erosione dei privilegi e dei corporativismi.

Infine, si sostiene che la sinistra, nel dedicare maggiore attenzione alla giustizia sociale, trascuri la crescita economica, mentre la destra, nel dedicare maggiore attenzione alla crescita economica, trascuri la giustizia sociale. Tuttavia, anche questa antinomia tra crescita economica e giustizia sociale appare ormai come una forzatura ideologica. Infatti, l'idea che la crescita economica sia inconciliabile con una distribuzione della ricchezza più equa e solidale, ovvero l'assunto che maggiori sono le differenze nella distribuzione della ricchezza, maggiori saranno le prospettive di crescita di un paese, è un assunto smentito dai bassi tassi di crescita dei paesi dove si è determinato un eccessivo divario tra le fasce ricche e le fasce povere della popolazione.

Tra questi paesi, purtroppo, vi è anche l'Italia che nonostante abbia visto aumentare le disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza non ha visto crescere la sua economia, anzi è precipitata in una lunga fase di recessione economica. Paradossalmente, considerando l'impoverimento della classe media, sembra che siano state proprio le eccessive disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza a determinare l'incapacità della popolazione a sostenere la domanda interna di beni e servizi da un lato, mentre dall'altro le fasce ricche di popolazione grazie alla globalizzazione hanno preferito esportare (più o meno legalmente) i capitali accumulati, piuttosto che investire in Italia, determinando così effetti negativi sulla crescita.

D'altro canto, qualsiasi governo democratico avrebbe grosse difficoltà nel perseguire una più equa distribuzione della ricchezza in assenza di una crescita economica abbastanza sostenuta.

In conclusione, nell'era della globalizzazione la misura ed i modi dell'intervento dello Stato nell'economia non possono essere presi in ostaggio, nè dalla destra, nè dalla sinistra. In un contesto di economia globalizzata le politiche economiche non dovrebbero avere una matrice di destra o di sinistra ma eventualmente una matrice politica coerente con una delle possibili diverse visioni per il futuro del paese. Negli ultimi dieci anni c'è stato un cambio di paradigma nel sistema economico. Con l'internazionalizzazione delle economie, la nascita di istituzioni economiche internazionali tecnocratiche, la cessione di sovranità degli stati nazionali agli organismi sovranazionali, gli accordi economici mondiali, è cambiato il quadro economico di riferimento, per cui politiche economiche eventualmente orientate da ideologie di destra o di sinistra sarebbero semplicemente destinate al fallimento.

Vota: 
Media: 2.5 (413 voti)